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PALERMO

"Agli ordini del boss D'Ambrogio"
Mafia, condanne a Porta Nuova


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Alessandro D'Ambrogio

Sotto processo in Corte di appello c'erano nove imputati.

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PALERMO - La condanna più pesante arriva per Alessandro D'Ambrogio. La Corte d'appello ha confermato i 19 anni e otto mesi di carcere inflitti al capomafia di Porta Nuova in continuazione con una precedente condanna. Resta da capire quanti ne dovrà ancora scontare. Secondo l'avvocato della difesa Jimmy D'Azzò, il capomafia dovrebbe essere già stato scarcerato per fine pena nel gennaio del 2018. Solo la motivazione chiarirà quale calcolo abbiano seguito i giudici di secondo grado.

Queste le altre pene confermate dalla quarta sezione della Corte di appello di Palermo: sette anni e otto mesi per Daniele Favata, quattro anni e due mesi per Francesco Paolo Nuccio, dodici anni e due mesi per Biagio Seranella. Il processo proveniva da un rinvio della Cassazione.

Sconti di pena per gli altri imputati: Giovanni Alessi (otto anni e otto mesi), Francesco Scimone (sei anni e otto mesi), Pietro Tagliavia (otto anni e otto mesi), Salvatore Asaro (tre anni e quattro mesi), Marco Chiappara (nove anni e undici mesi).

Il processo nasceva dal blitz che nel 2011 fu denominato “Alexander” dai carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo. Fu un durissimo colpo per il potente mandamento di Porta Nuova. D'Ambrogio era riuscito a conquistarsi rispetto e considerazione lontano dal suo territorio. Spingendosi da un lato fino in corso dei Mille e a Brancaccio e dell'altro a Pagliarelli e Uditore. Un capo ben voluto da tutti perché con tutti disponibile. La porta di D'Ambrogio e della sua agenzia di pompe funebri di via Majali, a Ballarò, era sempre aperta.

Era divenuto capo dopo l'arresto di Tommaso Di Giovanni. Nel dicembre 1999 D'Ambrogio era stato condannato con sentenza definitiva per mafia ed era uscito da carcere nell'agosto 2006. Nel gennaio del 2008, il nuovo arresto nell'operazione denominata “Addio Pizzo 1”. Tre anni dopo, nel marzo 2011, era di nuovo in libertà. E tutti sapevano che sarebbe diventato il capo. Emblematica un'intercettazione nella tabaccheria di Giuseppe Bellino, al villaggio Santa Rosalia. Nella base operativa del clan di Pagliarelli, Bellino discuteva con Giovanni Castello, pochi giorni prima che venissero entrambi arrestati. A denti stretti criticavano l'atteggiamento di deferenza di alcuni personaggi nei confronti di D'Ambrogio, poi ammettevano: “Ma che ci devi dire, gli devi dare un bacione e basta... appena arriva gli dai un bacione da parte nostra, di tutti quelli che siamo qua e basta”.