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Semaforo Russo

Di Maio e Salvini?
Giocano col fuoco


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La partita giocata sulla pelle degli italiani.

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Qualcuno cade dalle nuvole, ormai piuttosto tempestose, altri dopo mesi di slogan ripetuti e insulti irripetibili si sono eclissati, altri ancora tentano di resistere “a prescindere”, per disperazione o fede politica, abbarbicati su un fronte dilaniato da guerre interne. Invece era già scritto ciò che sta accadendo, serviva soltanto uno spassionato esame di fatti e cifre per rendersi conto che il governo Salvini/Di Maio, nato male, non poteva e non potrà reggere a lungo.

Le elezioni sono all’orizzonte se Di Maio e Salvini divorzieranno e il Presidente della Repubblica non troverà una nuova maggioranza in Parlamento. Non c'entra più la campagna elettorale in corso, che per quanto aspra non può però svilupparsi in un continuo scontro al massimo livello di tensione tra due alleati di governo, non c'entra più l'Europa brutta e cattiva (sarebbe più brutta e cattiva con l’Italia se vincessero gli amici sovranisti di Salvini), non c'entra l'invasione immaginaria di milioni di migranti dipinti quali mostri pronti a sgozzare, violentare e rubare, e nemmeno i continui richiami di autorevoli soggetti terzi, italiani e non, sulla la folle gestione dei conti pubblici.


Si sta giocando con il fuoco e chi è dotato dentro il governo di sufficienti dosi di responsabilità, penso allo stesso premier Giuseppe Conte, al ministro dell'Economia Giovanni Tria e a quello degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dovrebbe finalmente capovolgere il tavolo prima di andare a sbattere pesantemente. Certo, a proposito di Tria meraviglia la sua meraviglia circa il nervosismo dei mercati di queste ore, con lo spread di nuovo in rialzo e ballerino dopo le dichiarazioni di Salvini inzuppate di indifferenza rispetto a un possibile sforamento del 3% nel rapporto deficit/pil.

Cosa si aspettava signor ministro, gli applausi dei risparmiatori e degli investitori? Tria alterna severi (e giusti) allarmi con uscite da finto tonto, non è serio. E a proposito di serietà non è pensabile che un presidente del Consiglio prima affermi l'inevitabilità dell'aumento dell'Iva (la pura verità) e poi faccia marcia indietro sapendo che è una marcia indietro tattica. In realtà, rischiamo di non potere a breve reperire sul mercato i soldi necessari per sostenere i servizi essenziali dello Stato, perché risparmiatori e investitori cominciano a fidarsi poco dei titoli italiani, mentre aumenteranno le spese per interessi gonfiando il debito, già abnorme, e allargando la forbice tra deficit e Pil.

Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, è stato netto: “Lo spread è sopra 270 punti base, il doppio del livello di inizio 2018, prima delle elezioni politiche, e inizia a pesare su famiglie e imprese. L’alto livello del debito espone l’Italia alla volatilità del mercato finanziario. Se l’aumento degli interessi persiste peserà inevitabilmente sul costo del debito, sulla spesa pubblica”.

Nel frattempo la crescita è quasi pari a zero, di riattivare gli investimenti non se ne parla, anzi se ne parla soltanto, l'incubo di un declassamento operato dalle società di rating non s'è affatto dissolto, si dovranno reperire 3 miliardi subito e 30 nel 2020 se non vogliamo la procedura d’infrazione e le divisioni nel Paese si dilatano per il riproporsi di un’urgente questione morale riguardante istituzioni e partiti di maggioranza e opposizione, a cominciare dalla Lega e dal Pd, e per la messa in discussione di diritti fondamentali della persona con i decreti sicurezza, vigenti e in itinere.

Davvero complimenti, un bel lavoro. Purtroppo il percorso intrapreso non è stato equilibrato e ha subìto le pressioni elettorali in una continua rincorsa alla conquista del consenso tra Lega e M5S. Provvedimenti in sé condivisibili, per esempio reddito di cittadinanza e quota 100, avrebbero avuto bisogno di tempi adeguati per la maturazione, soprattutto finanziaria, delle condizioni di applicazione (inizialmente Tria ha tentato di farlo capire con una formulazione del primo Def contenuta e di buon senso), e la flat tax, ulteriore motivo di scontro al vertice, per le potenziali ingiustizie che potrebbe provocare dovrebbe lasciare il posto a una politica di progressiva riduzione della pressione fiscale sui ceti medi e del costo del lavoro incoraggiando assunzioni e investimenti, specialmente al Sud. La demagogia, la rabbia sociale assai fomentata, per definizione cieca, e l'attaccamento al potere di alcuni protagonisti hanno avuto la meglio provocando il peggio.