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CATANIA

Sul palco il caso Montante
Fava e il "teatro del potere"


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Al 'Machiavelli' la drammaturgia sugli atti della commissione antimafia.

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Il teatro del potere. Così potrebbe definirlo qualcuno. Se sul palco arrivano le voci dei potenti che raccontano un “sistema” e il suo crollo. È quello che è accaduto nel weekend a Catania, al teatro Machiavelli (due sold out) dove è andata in scena la… commissione antimafia. O meglio,
l’indagine sul cosiddetto “sistema Montante”. Le parole e le dichiarazioni, le voci di chi ha risposto alle domande della commissione regionale presieduta da Claudio Fava che è presente sul palco tra gli attori David Coco, Simone Luglio e Liborio Natali.

Attori capaci di una magia: quella di dare forma, quasi a farli apparire materialmente davanti agli spettatori, all’ex ministro Angelino Alfano e all’ex senatore Beppe Lumia, all’allora assessore Nicolò Marino e al presidente della Regione Nello Musumeci. E ancora, a dirigenti e funzionari, burocrati e giornalisti. “Dipinti” col semplice – e assai fedele, per chi li conosce ‘dal vivo’ - mutare della voce.

Una “indagine”. Così la definisce Claudio Fava dal palco. Una via di mezzo, in realtà, tra l’inchiesta e l’opera teatrale. Un territorio a metà, che è cucito dagli stessi interventi del presidente della commissione antimafia che regge e indirizza la narrazione, ma anche da una drammaturgia giocata su un dialogo virtuale. Quelle delle voci ascoltate a distanza di giorni, a volte di settimane, le une dalle altre, nel corso delle audizioni in commissione antimafia. Ma che sul palco del Machiavelli sembrano rispondersi, richiamarsi, smentirsi e accusarsi a vicenda.

Sullo sfondo, la figura di Antonello Montante, recentemente condannato a 14 anni di reclusione. Figura sulla quale in tanti – racconta Fava – hanno finito per “inciampare”. Con gradualità assai differenti, ovviamente: da chi ha sinceramente creduto nella svolta degli “antimafiosi” nisseni, fino a chi è stato complice del sistema. Un sistema che, lo ricorda Fava, ha finito per “espropriare” i luoghi legittimi del potere, sostituendoli con alberghi e abitazioni private. Dove la privatissima associazione degli industriali siciliani assumeva pubbliche decisioni: a partire dalla scelta su quali dirigenti dovessero restare in un dipartimento – quello delle Attività produttive, ovviamente, dal quale Montante avrebbe dovuto lanciare la ‘terza guerra mondiale – e su quali dovessero fare le valigie. Quello che emerge, insomma, è l’arroganza del potere. Il senso di onnipotenza. La debolezza, se non la compiacenza di tanti: dai più alti livelli istituzionali, passando per le divise, i politici, i burocrati e i giornalisti.

Tutti lì, nello spettacolo di Fava che mette in mostra quel sistema. Lo mette a nudo. Che attinge alle parole vere come canovaccio. Alle contraddizioni, ai ‘distinguo’, ai ‘non so’, alle precisazioni sul filo della logica, sul filo del buonsenso. Alle frasi immerse nell’abbondante imbarazzo che emerge da molte audizioni. Dove si scioglie l’epopea della Confindustria antimafia, dove si scioglie l’impostura che per anni ha tenuto tutto in piedi. E che lascia un profumo di rimpianto, di sconcerto, di stupore, nella sala del Machiavelli. È il potere del teatro.