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CORTE DEI CONTI

Ars, i deputati fanno i furbi
"I portaborse costano di più"


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Le delibere della Sezione di controllo sono diventate la giustificazione per aumentare le spese. I giudici non ci stanno: "È inammissibile"


PALERMO - "Cari gruppi parlamentari dell’Ars, è impensabile che le spese siano cresciute per colpa nostra". 
La sezione di controllo della Corte dei conti non ci sta e, sebbene con altre parole, bacchetta i gruppi parlamentari per l'operazione attraverso cui la spesa per il personale sarebbe cresciuta. Il dato emerge dalla relazione generale sui rendiconti dei gruppi parlamentari del 2018, pubblicati dalla Corte dei conti (la delibera al rendiconto del Movimento cinque stelle è stata pubblicata in un secondo momento, n.d.r.): anche se i deputati sono diminuiti da 90 a 70 il risparmio che si avrà fra i contributi conferiti ai gruppi e le risorse assegnate ai deputati è solo di un milione e mezzo. Il costo del personale "stabilizzato" è salito mentre l'esborso pubblico per i dipendenti dei singoli deputati, i cosiddetti D6 è ormai fuori dal controllo della Corte dei Conti.


I giudici contabili insomma non hanno preso bene il modo in cui i gruppi si sono adeguati a una sua deliberazione dello scorso anno sul tema e notano che “appare paradossale e inammissibile giustificare gli aumenti delle retribuzioni proprio sulla scorta delle deliberazioni della Sezione di controllo, che erano invece finalizzate ad ottenere dei risparmi di spesa”.

Gli “stabilizzati” equiparati ai “D6”

Nello specifico, sotto accusa c’è la gestione del personale cosiddetto “stabilizzato”. Numerose volte sono state criticate le procedure di stabilizzazione. Per la Corte non avrebbe dovuto nemmeno parlarsi di stabilizzazione perché i rapporti di lavoro sono "a tempo determinato e di carattere fiduciario”. Per questo le leggi in materia hanno poi ribadito l’impossibilità di conferire “anzianità” di servizio. La gestione reale è stata un’altra cosa e “dall’esame istruttorio dei rendiconti per l’esercizio 2018, è emerso che alcuni Gruppi hanno invece inteso le deliberazioni della Sezione come indicative della necessità di adeguare le retribuzioni del personale c.d. ‘stabilizzato’, operandone non delle riduzioni, ma addirittura degli aumenti”.

La finanziaria 2018 infatti, ha stabilito che il contributo erogato dall’Ars per ciascun dipendente “stabilizzato” costituisce il massimo della retribuzione attribuibile. Il tetto è stato così fissato al valore del contratto di un dipendente di categoria D con posizione economica D6 e cioè 58mila euro circa, una quota già conosciuta ed applicata ad un’altra categoria di dipendenti del gruppo, i D6 appunto. Il risultato, però, è stato che la norma è stata interpretata, come in passato, applicando anche a questi dipendenti la quindicesima mensilità, il regime di superminimi, anzianità e integrazioni stipendiali che hanno portato la busta paga a lievitare e a raggiungere il tetto massimo.

L’esposto al gruppo “corretto”

Solo un gruppo ha applicato le indicazioni della Corte dei conti e ha eliminato i superminimi e le anzianità ma la reazione dei dipendenti non è stata positiva. E così il gruppo che ha agito correttamente ha subito un esposto ai magistrati di via Notarbartolo. “Paradossalmente - si legge invece nel testo della Corte di conti -, proprio a seguito di questa gestione virtuosa, alcuni lavoratori hanno inoltrato un esposto a quest’Ufficio, denunciando quella che potrebbe apparire, invece, come l’unica politica seria di riduzione delle spese e, dunque, degli oneri a carico della collettività”. Insomma, proprio la cosa fatta bene è stata denunciata.

Personale D6 fuori controllo

Poi c’è la questione del personale D6, collaboratori alle dipendenze dei singoli deputati. Anche questa novità è stata introdotta dalla legge finanziaria del 2018 ma i suoi esiti non sono per nulla positivi: stando a quanto scrive la Corte dei conti, infatti, la norma dello scorso anno “non ha permesso di addivenire ad una sostanziale riduzione delle spese per il personale dei gruppi”. I risultati sono stati due: da una parte si è rischiato di “lasciare immutata la spesa o di operarne un innalzamento ulteriore” il secondo è stato invece quello di portare queste spese fuori dal controllo della Corte dei conti che può esprimersi solo sulle spese dei gruppi e non dei singoli deputati. I dipendenti sono così migrati dalla dipendenza dei gruppi a quella dei deputati e se la diminuzione del costi del personale dei gruppi è avvenuta sarebbero però cresciuti gli esborsi dei deputati.

Il silenzio dei capigruppo.

E che la gestione è fuori controllo lo provano le relazioni sull’esame dei rendiconti dei singoli gruppi. Nessun capogruppo ha riferito sul tema. Qualcuno ha fatto riferimento a questioni di “privacy”, qualcun altro ha semplicemente detto di non sapere e qualcuno ha riferito che le assunzioni dei deputati non attengono alla gestione del gruppo. In tutti i casi la reazione della Corte dei conti ha espresso perplessità: “Non è chiaro per quale ragione ogni presidente non sappia, non possa sapere o non voglia comunicare se i lavoratori in questione siano stati o meno contrattualizzati dagli altri deputati, atteso che si dovrebbe trattare di informazioni di facile accesso, tutt’altro che coperte da segreto e che, invece, dovrebbero essere messe a disposizione della collettività".

I soldi al sindacalista conciliatore

Le spese irregolari accertate dalla Corte dei conti sono solo due. La prima viene contestata al gruppo Popolari e Autonomisti. Il gruppo per arrivare all’accordo con i dipendenti avrebbe ricorso infatti all’intervento di Gaetano Bonura che avrebbe però svolto la sua attività di sindacalista senza un apposito contratto o una consulenza. Il gruppo ha liquidato le spese come spese per la conciliazione arbitrale ma per la Corte dei conti la spesa non è ammissibile.

Il caso di bonifici “generosi”

In sede di esame del rendiconto i magistrati contabili si sono accorti di una ammanco di 24mila euro circa nel bilancio del gruppo “Sicilia Futura”. Il dipendente addetto ai bonifici avrebbe attribuito nei bonifici maggiori risorse sia a se stesso che ai suoi colleghi. Tramite i controlli però sarebbe stato scoperto e sanzionato. Per la restituzione delle somme invece ha concordato un piano di rientro per cui ha riversato però soltanto 3mila euro. Così 21mila euro risultano come uscite irregolari mentre la Corte trasmetterà gli atti alla Procura per valutare se ci sono reati da contestare.