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CORTE D'APPELLO

"Mannino si lamenta? È affiliato"
Il pentito accusa l'ex ministro


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Calogero Mannino

Processo Trattativa. Depositato un verbale del neo collaboratore di giustizia Filippo Bisconti.

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PALERMO - Era un interrogatorio delicato quello del 21 marzo scorso. Tanto delicato che a raccogliere le dichiarazioni del neo pentito Filippo Bisconti si presentarono il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, l'aggiunto Salvatore De Luca e il sostituto Bruno Brucoli.

Si è parlato dei rapporti dei boss con "politici, amministratori e funzionari pubblici". In particolare, in un precedente verbale Bisconti aveva fatto riferimento a Calogero Mannino. Da qui l'esigenza di chiedergli ulteriori chiarimenti. Bisconti, architetto e capomafia di Belmonte Mezzagno, ha spiegato che "Rosario Lo Bue mi ha detto in carcere che Calogero Mannino è affiliato alla famiglia mafiosa del suo paese di origine, in provincia di Agrigento". A
ccuse pesanti che sono state messe a disposizione della procura generale che ha depositato il verbale al processo d'appello che vede l'ex ministro democristiano imputato in uno stralcio della cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Siamo già alle battute finali. I sostituti procuratori generali Sergio Barbiera e Giuseppe Fici hanno chiesto di condannare l'imputato a nove anni, ribaltando la sentenza di primo grado. I difensori hanno chiesto la conferma dell'assoluzione. Il 22 luglio la Corte di appello deciderà se sarà necessario riaprire l'istruttoria dibattimentale per sentire Bisconti o se si potrà entrare in camera di consiglio.

Le parole del neo collaboratore di giustizia cambiano qualcosa nell'impianto accusatorio che individua in Mannino l'uomo chiave della Trattativa, colui che la avviò temendo che venisse ucciso, allertando gli ufficiali dell'Arma? C'è da dire che oltre che nel processo di primo grado Mannino è stato in passato imputato e assolto dall'accusa di mafia. 

"Dal 1991, tra processi mediatici e giudiziari, Calogero Mannino è in servizio permanente di imputato - ha detto l'avvocato Grazia Volo che difende l'imputato assieme a Carlo Federico Grosso, Marcello Montalbano e Cristiano Bianchini - a combattere per dimostrare la propria innocenza. Questo processo comincia nel 2012, ci troviamo impelagati in questa vicenda per molti aspetti incomprensibile: un processo che sta in piedi, dal punto di vista del diritto, in maniera piuttosto incerta, debole e inconsistente". 

Bisconti ha raccontato di avere conosciuto Lo Bue, mafioso corleonese e fedelissimo di Bernardo Provenzano, nel 1997 quando "ha avuto un incidente nel caseggiato di Nicolò La Barbera (a Mezzojuso, ndr) dove si nascondeva Benedetto Spera, credo che venisse da un incontro con Provenzano...".  Su Provenzano Bisconti ha aggiunto: "Non sapevo che si nascondesse lì, ma un a volta mi è capitato di incontralo... era una persona schiva... appena vedeva estranei subito si allontanava... credo che quando (Lo Bue ndr) ha avuto l'incidente era abbastanza imbottito di bigliettini". Aveva raccolto la posta in uscita del Padrino che si nascondeva nel casolare.

Mezzojuso è uno dei luoghi di cui si è più parlato nelle vicende processuali. Il confidente Luigi Ilardo, che poi sarebbe stato assassinato, fece sapere al colonnello Michele Riccio che avrebbe incontrato Binu Provenzano nel casolare di cui parla ora Bisconti. Il blitz non fu ordinato. Anche in questo caso dei processi hanno stabilito che non c'era la prova che si trattasse di “un atto deliberato per fare saltare la cattura di Provenzano”. In sostanza, nonostante le “opacità” non c'era la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che ci fosse la volontà da parte del colonnello Mario Mori di fare scappare il boss corleonese.

Nelle motivazioni del troncone principale del processo Trattativa, chiuso con pesantissime condanne, i giudici hanno dato per assodati alcuni punti: l'attendibilità di Ilardo, l'inadeguatezza del servizio predisposto da Mori e l'inspiegabile inerzia del Ros. La conclusione a cui è giunto il collegio presieduto da Alfredo Montalto, è stata che “la condotta omissiva di Mori non è incompatibile con quanto accaduto nel biennio 1992-93”, e cioè con la Trattativa.

Bisconti, dunque, ha incontrato Lo Bue in carcere "prima del 2006" e Lo Bue gli avrebbe detto: "... ma che si lamenta Calogero Mannino, è affiliato, uomo d'onore del suo paese che fa 'tira calci?... farebbe bene a parlare di meno...". Era naturale che i corleonesi parlassero delle faccende agrigentine perché "Riina era più addentro nella parte occidentale della Sicilia, Provenzano in quella orientale".

Infine Bisconti ha aggiunto un ulteriore tassello: "Non mi ricordo se questa notizia me la disse pure Carmelo Gariffo... credo che l'attinenza a questo riferimento a Calogero Mannino fosse quella di attingere a finanziamenti..." in un momento in cui attraverso il geometra Pino Lipari la mafia corleonese controllava le commesse pubbliche. Gariffo avrebbe detto a Bisconti "non c'è problema con Mannino, lo faccio richiamare dai suoi paesani".

Verbale chiuso. Al di là dell'argomento Mannino c'è un passaggio delle parole di Bisconti che aprono nuovi scenari. Ed è quello in cui l'architetto e pentito, facendo riferimento ai rapporti con politici e funzionari, ha detto che "c'è molto altro da dire in argomenti del genere".

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