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L'EDITORIALE

Dai volantini alle foto
Salvini, non è qui la festa


aula bunker, giovanni falcone, salvini a palermo

Passerella dei politici e il 23 maggio stampato su un “santino elettorale”. Meglio il silenzio.


“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. Nel dilemma si contorceva Nanni Moretti in “Ecce bombo”. È meglio se vado, o è meglio se non vado? Chissà se lo stesso quesito è rimbalzato in questi giorni nelle menti dei “rappresentanti delle istituzioni”.

Vado, o non vado. Questo è il problema che non ha soluzione. Perché come la fai, la sbagli. E proviamo a metterci per un attimo nei panni di sindaci e ministri, governatori e politici, pur mantenendo la nostra visuale di cronisti. Taccuini spalancati, e penne sguainate, sarebbero arrivate le condanne nell'uno e nell'altro senso. Se non vai, snobbi un rito laicamente sacro. Se vai, non fai altro che inzuppare il biscotto nella tazza della retorica.

Ma se si decide di andare...

Ecco, se si va, bisogna informarsi bene. Se si va, da rappresentante delle istituzioni, è meglio, forse, mostrare un contegno diverso da quello visto in queste ore. L'Aula bunker, insomma, non è luogo per selfie, né per la campagna elettorale. Lì dove sfilarono accusati e accusatori, pentiti e mafiosi, lì dove a pochi passi erano rinchiusi gli assassini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, no, lì no, quello non è luogo per le sorridenti foto ricordo.

E quell'appuntamento non è una graziosa tappa da inserire nel volantino della campagna elettorale. E la risposta di Matteo Salvini al nostro cronista Riccardo Lo Verso che gli chiedeva spiegazioni sull'ardito mix tra elezioni e stragi, non convince: “Sono qui da ministro dell'Interno” ha detto. Peccato che la “tappa” all'Ucciardone sia segnata nero su bianco su un volantino che chiaramente fa riferimento al voto del 26 maggio. E, quasi a voler togliere di mezzo ogni dubbio, il post del ministro che rilanciava il “santino” elettorale, si chiudeva con l'hashtag #domenicavotolega.

Ma la data di oggi non è, non può essere – si perdoni questa e le altre banalità che appaiono tristemente necessarie – un momento per le passerelle. Per l'ostensione di un governo che a pochi giorni dalle elezioni europee viene lì a raccontarci quanto è bravo, quante cose belle ha fatto e quante ancora ne farà. Frasi stonate, quasi come quelle di chi “abolì la povertà” con una legge. E quasi ti aspetti che oggi ti dicano che aboliranno per decreto anche la mafia e il malaffare (magari nelle stesse ore in cui addolciscono il reato di abuso d'ufficio e aggravano le pene per i disperati).

I selfie di Salvini all'Aula bunker



Bisogna informarsi, però, prima di stampare la data di oggi su un volantino e prima di scattare foto sorridenti all'Ucciardone. Perché il 23 maggio non è, per i siciliani, una festa, una giornata allegra. Non lo è, anche se i giovani hanno invaso le strade, anche se si sono alzate le note dei “cento passi”, anche se Palermo si è rimepita di colori. No, ministro, non è una festa. Non lo è per i siciliani di oggi e di ieri. Non lo è per i testimoni di allora, a cui ancora lo stomaco brucerà di rabbia e dispiacere, non lo è per noi tutti che dovremmo provare, da siciliani, in un momento solo, orgoglio e vergogna. Per i martiri e i carnefici. Il 23 maggio non è una festa. E non è la tappa di una campagna elettorale.

Che poi, selfie a parte, c'è da chiedersi – e in questo dubbio c'è anche un mea culpa, ovviamente - cosa interessi ai siciliani dei discorsoni del ministro dell'Interno che dice di essere contro la mafia, o del ministro della Giustizia che dice che combatteranno la mafia o del presidente del Consiglio che ci spiega che la mafia è una cosa brutta. Qualcuno si aspettava qualcosa di diverso? Si aspettava che il governo dicesse che la mafia è bella e che non ha voglia di contrastarla? E credono, i rappresentanti delle istituzioni, che i siciliani non ne abbiano viste, in passato, di passerelle simili a queste? Persino da pezzi di quello Stato che in quegli anni era marcio, opaco?

Vado o non vado, no, non è questo il problema in realtà. Ma se si va, se l'istituzione sente il dovere di esserci, non è il caso di limitarsi – magari la prossima volta – alla semplice, autorevole presenza? Non basterebbe ascoltare il racconto di chi c'era o quello di chi oggi rappresenta la Sicilia buona facendo, semplicemente, il proprio dovere? Non sarebbe sufficiente far passare il messaggio che “lo Stato è dalla parte giusta”? Magari lasciando perdere per qualche ora elezioni e cellulari. Prima che quei siciliani che non hanno alcun interesse a pubblicare il selfie coi potenti sul proprio profilo di Facebook, pongano agli stessi potenti la riflessione che Dino Risi dedicò alle opere di Nanni Moretti: “Mi viene sempre voglia di dirgli: spòstati e fammi vedere il film”.

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