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Dottore Falcone, le scrivo
Ha visto questi ragazzi?


23 maggio, alessia randazzo, giovanni falcone, strage capaci

I giorni del maxi processo e delle stragi. Ma i tempi, per fortuna, sono cambiati.

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Dottore Falcone,

se l’è mai chiesto perché all’alba del 23 maggio, non manco di prepararle il caffè. Stamattina, se c’ha un po’ di tempo, glielo vorrei raccontare.

Il 10 febbraio del 1986 io avevo 12 anni e frequentavo la seconda media alla scuola Vittorio Emanuele Orlando di Palermo, nella sezione distaccata di vicolo Scannaserpe. Quel giorno, poco prima di mezzogiorno, la professoressa di italiano e antologia, Maria Cullé - così si chiamava - ci invitò ad alzarci in piedi, a farci il segno della croce e a recitare una preghiera per i magistrati, che di lì a qualche minuto, avrebbero aperto il maxi processo alla mafia: il più grande processo penale mai celebrato al mondo.

Abituata all’entusiasmo della mia anziana insegnante, quando raccontava le gesta storiche e leggendarie di un eroe o di un popolo, in quel frangente non mi spiegai l’espressione di turbamento nel volto di Maria Cullé: ero troppo piccola per capire che a neanche tre chilometri dal banco dove stavo seduta, l’ira di Achille stava per abbattersi su 475 imputati accusati di omicidio, estorsione, traffico di stupefacenti e associazione mafiosa, e che dopo quasi duemila anni di storia, se ne stessero per infliggere altrettanti di reclusione.

A casa in quegli anni ci ritornavo in autobus, insieme ad altri ragazzini che frequentavano la mia stessa scuola e che abitavano come me nella periferia nord della città. Tra questi c’erano due fratelli, rampolli di mafiosa progenie; il più piccolo di loro, stava sempre appoggiato alle bussole del mezzo, era uno che quando dovevi scendere non si spostava di un millimetro e se lo faceva, sembrava che ti stesse facendo un favore.

A casa mia le parole non sono mai state spiegate, siamo quasi tutti autodidatti.

E se non fosse stato per mio nonno che, per approcciare l’argomento, mi raccontò della morte di un certo Carlo Alberto dalla Chiesa - trivellato in via Carini qualche anno prima insieme a sua moglie, Emanuela Setti Carraro, e all’agente di scorta Domenico Russo -  io chissà quando avrei capito che Troia che andava a fuoco non era niente in confronto alle strade di Palermo di quegli anni, dove si apriva il fuoco a tutte le ore del giorno e della notte, senza sosta.

Documentarsi, a quei tempi, non era facile come oggi: sui volumi dell’enciclopedia che avevano appioppato a tua madre qualche anno prima, rinvenivi cenni storici sul latifondo e multiple definizioni di un identico fenomeno criminale, poco o nulla spiegava il perché di tutto quel sangue.

Fu per questo che mi misi alla ricerca di fonti più attendibili. E le trovai:

* il Giornale di Sicilia e L’Ora;

* lo scrittore Leonardo Sciascia;

* i miei insegnanti.

Il passo fu breve, di lì a poco mi appassionai di fatti, nomi, date, luoghi e circostanze. Per me la mafia era diventata una specie di “nomi, cose, città, mestieri e animali” con un’unica variante sul gioco tradizionale: gli animali erano sempre gli stessi!

Nella primavera del 1990, mentre brutti ceffi non smettevano di scorrazzare nella periferia nord su moto costose, ammutolii apprendendo che di Emanuele Piazza, quel bel ragazzo con il cane che abitava nel mio quartiere, da diverse settimane si erano perse le tracce.

Le avrebbero successivamente rinvenute. Nell’acido.

Del 23 maggio del 1992 non voglio riferire.

Non devo venire a raccontarlo certo a Lei cosa è successo quel giorno né mettermi a misurare la distanza tra il punto in cui mi trovavo io e quella in cui è saltato in aria Lei, Francesca e la sua scorta.

La prego tuttavia, di non giudicare male i tanti che ogni anno, in questo giorno, ci tengono a farlo.

Dottore Falcone, quella strage ha fatto cinque vittime e milioni di persone offese dal reato. Lasci che in giornate come questa la mafia, che di grandi numeri se ne intende, si veda restituire la cortesia.

Dopo la laurea, sono entrata per la prima volta nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone da praticante penalista. Col tesserino. Si stava celebrando un giudizio d’appello e quando il Presidente ha dato rituale lettura dei nomi degli imputati e dei loro difensori, deve essermi calata in volto la stessa espressione di turbamento che avevo scorto quella volta in Maria Cullé, la mia insegnante delle medie, non fosse altro che perché, in quel lungo elenco di nomi, ne avevo riconosciuto parecchi, e tutti di gente vicina a quel ragazzino che bloccava le porte dell’autobus.

Fu in quel momento che la pochissima voglia di fare l’avvocato mi passò definitivamente e che si affievolì la fiducia, fino a quel momento intatta, nelle Istituzioni,

Le contromisure dello Stato al fenomeno mafioso nell’estate dei Vespri Siciliani sapevano di ritocchi sulla facciata. Ricordo una Palermo botulinica, zeppa di militari di leva in tuta mimetica col mitra spianato, ma ricordo anche le agende sparite, i falsi pentiti, i depistaggi, il maxi-papello e le indagini sui principali corpi dello Stato…

Queste e altre sono le ragioni che mi hanno indotta, qualche anno fa, a ritagliarmi in questo spazio l’intimità di un caffè con lei. Perché a questa storia siamo noi quelli chiamati a dare un finale.

Potrei raccontarle molto altro ma la nave della legalità, piena di ragazzi, qualche ora fa è arrivata nel porto, sempre aperto, della mia Palermo. Loro sono molto più avanti di quanto lo fossi io quella mattina di febbraio. Loro sanno, perché glielo avete insegnato Lei e il dottore Borsellino che “se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.

Loro lo sanno perché gli insegnanti, quel ché se ne possa dire, lavorano per trasmettere valori essenziali allo sviluppo di una coscienza che è cosa ben diversa dall’indottrinamento.

Qualche mese fa, mio figlio, che ha nove anni, mi ha detto di aver visto Matteo Messina Denaro al banco salumi del supermercato. Sosteneva di averlo riconosciuto e voleva che chiamassi la polizia. Non sempre è facile riuscire da autodidatta, lo so per esperienza, per questo ho scelto di insegnarli con largo anticipo che la Sicilia ha bellissimi angoli ma anche brutti lati, tanti.

Dottore Falcone, amunì! non voglio che si attardi, i ragazzi la stanno aspettando ed è lì che La devono trovare.

Stia tranquillo per le commemorazioni, corre voce che si stia liberando qualche poltrona... magari è la volta buona che le tante Maria Cullé dello Stivale occupino di diritto questa ambita cattedra.

Del resto, se vogliamo rifarla la storia, illustrare la mappa di Troia a tutti quelli che il 23 maggio sentono pressante il bisogno di celebrare eroi, è solo il primo passo.