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L'EDITORIALE

Tornano i volti del governo Crocetta
L'eredità che piace al centrodestra


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Il caso Bonafede è solo la "punta" di un fenomeno ormai assai ampio. E così, l'alibi del "fardello" ricevuto dal vecchio governo non regge più.


La pesante eredità del passato, non è poi così pesante. E così, uno degli alibi del governo regionale e della litigiosa, improduttiva maggioranza di centrodestra, crolla mattone dopo mattone. Anzi: nome dopo nome.

La nomina di Ester Bonafede al vertice della Fondazione orchestra sinfonica non è questione da giudicare “a parte”. Come se fosse lo scandalo degli scandali. È, semmai, la vetta di un fenomeno che è ormai vastissimo, evidente. Mentre, infatti, il governatore Musumeci e i suoi alleati continuano a lamentarsi, anche dopo aver superato l'anno e mezzo di governo, del “fardello” lasciato da Rosario Crocetta, continuano a tirare dentro o a confermare, soprattutto nel sottogoverno, uomini e donne che di quella esperienza sono stati protagonisti. Come se la “pesante eredità” fosse solo una questione di numeri. E di non persone, di nomi.

Se si va a guardare oltre Ester Bonafede, infatti, si trova almeno mezza giunta di Crocetta, tra le pieghe degli incarichi voluti o approvati dal governo e dalla maggioranza. Governo e partiti, spesso insieme. Perché il giochino delle distinzioni si fa sempre più improbabile. E la nomina alla Foss ne è un esempio: è arrivata grazie al voto di Stefano Santoro, uomo vicino a Gianfranco Micciché, ma anche grazie a quello del consigliere Marco Intravaia, fedelissimo del governatore Musumeci.

Governo e maggioranza, così, mentre aprono nuovi fronti politici e provano a segnare nell’acqua il solco della discontinuità col passato, altro non fanno che imbarcare gli ex delle stagioni precedenti. Quelle del disastro. E così, si diceva, ecco che oggi si può comporre mezzo governo Crocetta tra le nomine di governo e partiti. Il lombardiano assessore alla Famiglia Antonio Scavone, di assessori di Crocetta ne ha voluti addirittura due: il proprio capo di gabinetto e il suo vice. Sono Rosaria Barresi (fu all’Agricoltura) e Giovanni Pizzo (alle Infrastrutture).

Maurizio Croce (che fu alla guida dell'assessorato al Territorio) è tornato saldamente alla guida della struttura che contrasta il dissesto idreologico: è lui il delegato dello stesso governatore Musumeci. Nino Caleca, che fu assessore all’Agricoltura, è stato scelto dal governo, con apprezzamento ampio e bipartisan in questo caso (un po’ come nel caso di Croce), per ricoprire un ruolo importante al Consiglio di giustizia amministrativa.

Un po' diversa la vicenda di Nico Torrisi (ex assessore alle Infrastrutture) alla guida della Sac, società che gestisce l’aeroporto di Catania: la sua recente conferma è il frutto anche del gradimento di alcuni soci "politici": è il caso del sindaco (metropolitano e cittadino) di Catania Salvo Pogliese (in uscita da Forza Italia verso i partiti di destra) ed è il caso del voto espresso dall'Irsap, commissariato dalla Regione. Per Torrisi, però, la conferma di amministratore delegato di Sac è giunta all'unanimità. La parentesi nel governo Crocetta, per lui del resto fu piuttosto breve.

Un altro ex dell’Agricoltura, Dario Cartabellotta, recentemente ha ricevuto un pubblico apprezzamento dalla maggioranza a Sala d’Ercole per aver contribuito alla “legge sulla pesca” che verrà approvata in queste ore: nel frattempo, è tornato alla guida del dipartimento della Pesca, appunto. L’ex assessore di Crocetta alle autonomie locali Luisa Lantieri, fino a pochi giorni fa invece conduceva pubblicamente una campagna elettorale a sostegno del candidato moderato nelle liste di Forza Italia, Saverio Romano. Così come ha fatto, del resto, nella zona orientale dell’Isola, l’ex assessore alle infrastrutture di Crocetta, Giovanni Pistorio.

Ma fermarsi agli ex assessori sarebbe riduttivo. E in parte ingeneroso. Molti di quei nomi, infatti, non si lasciarono benissimo con Crocetta (è il caso di Torrisi, ad esempio, ma anche di Caleca e Pistorio) e hanno proseguito per la propria strada dopo la "rottura".

Altre figure invece hanno sposato la “rivoluzione” del governatore gelese fino all’ultimo. È il caso ad esempio dell’ex segretario generale e braccio destro di Crocetta, Patrizia Monterosso. Più volte difesa pubblicamente dall’ex presidente della Regione, non confermata da Musumeci. È intervenuto il presidente dell’Ars Gianfranco Micciché per assicurare all’ex dirigente un incarico di prestigio come quello di direttrice della Fondazione Federico II di Palazzo dei Normanni. E certamente, tra chi ricopriva incarichi di responsabilità con Crocetta, figurano molti manager della Sanità siciliana: ripescati dal governo regionale, confermati nel ruolo, anche se in qualche caso ruotati tra le aziende. Da Giorgio Santonocito a Lucio Ficarra, da Angelo Aliquò a Fabrizio De Nicola, sono diversi gli ex direttori generali dell’era Crocetta. Ci sono poi anche altri nomi nella Sanità che fanno rima con la precedente stagione, anche se sono stati in quegli anni più vicini al Pd “renziano” (che recitò un ruolo di primo piano della scorsa legislatura) che al governatore, almeno in una seconda fase. È il caso dall’ex dirigente della Centrale unica di committenza Fabio Damiani (oggi manager a Trapani). Eugenio Ceglia, ex consulente dell’ex sottosegretario e oggi segretario regionale del Pd Davide Faraone è invece il capo di gabinetto vicario dell’attuale assessore alla Sanità Ruggero Razza. E nessun partito è immune davvero, a quanto pare. Per restare infatti nel settore della Sanità, oggi tra i più attivi militanti della Lega in provincia di Agrigento, ad esempio, figura Gaetano Montalbano. Per anni (quelli appena trascorsi) uno dei collaboratori più stretti e più fidati del presidente Crocetta, di quel governatore che ama il Nord Africa e che aveva scelto come crocifisso nella sala degli specchi di Palazzo d’Orleans i legni di un barcone di disperati giunto a Lampedusa. Fu Crocetta a volere Montalbano a capo addirittura della Seus, l’azienda che gestisce il 118 in Sicilia. Adesso, quell’ex fedelissimo è convinto seguace della Lega dei "porti chiusi".

Solo esempi, questi. Se si vuole fermare l’analisi alla scorsa legislatura. Perché delle “continuità” dei governi Lombardo e Cuffaro – a partire ad esempio dagli stessi assessori in giunta Armao e Lagalla – si è già detto in altra sede. E così, il “caso Bonafede” appare solo uno dei casi. Il vertice clamoroso di un fenomeno diffuso e assai sfaccettato. Così, ogni giorno che passa, cade qualche mattone dalla facciata del “cambiamento” annunciato, della svolta rivendicata da governo e partiti. E dietro quella facciata, ecco che sembra riapparire, in alcuni casi, la solita politica, il solito potere, quello di sempre.

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