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L'intervista

"Il Pd sale, ecco tutti i nostri errori
Musumeci non è meglio di Crocetta"


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Intervista a Faraone. Il segretario vuole rilanciare il partito: "Stiamo bene. Io chiedo soltanto rispetto"

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Senatore Faraone, come sta il Pd siciliano?

“Meglio, grazie”.

Davide Faraone, palermitano, segretario regionale del Partito Democratico: l'uomo che trascina il fardello di grattacapi che può avere un renziano del Pd nell'Italia gialloverde. Con l'aggravante isolana del crocettismo che fu. Avete presente un gatto paracadutato in un canile? Ma lui non si scoraggia. E risponde alle domande.

Dunque?

“Beh, mi pare che, rispetto a come eravamo, andiamo bene, nel senso che le ultime elezioni, le amministrative con le liste civiche e le europee, hanno dato segnali incoraggianti di ripresa. Qualcosa si è mosso. Certo, c'è una situazione abbastanza critica nella costruzione di una vera organizzazione, nel radicamento nel territorio e nella consapevolezza del valore dei social. Stiamo lavorando per migliorare sempre di più”.

E come lavora lei?

“Mica sto a guardare. Siamo stati abituati, lo riconosco, alle riunioni infinite degli organismi, alla pratica delle stanze chiuse, ai rituali dei vecchi partiti, mentre tutto è cambiato. Ora è il momento di tornare per strada, di ricominciare come se fossimo allo zero per cento. Sto tutti i santi i giorni in giro. Mi muovo sulle discariche, incontro imprenditori, lavoratori, associazioni di volontariato, visito siti culturali. Ho avviato campagne su campagne. Non sto fermo, prendo il treno. Sono, appunto, un segretario di strada”.

Però il renzismo è crollato. Qualcosa avrete sbagliato. Non è giunto il momento di una profonda autocritica?

“Ci siamo impegnati da persone umili. Io vengo da Cruillas, dallo Zen, da San Lorenzo e pure i miei compagni di viaggio provengono da realtà simili; siamo stati catapultati dalla Leopolda alla guida del Paese all'improvviso ed eravamo consiglieri comunali e provinciali, consiglieri regionali, sindaci...".

E allora?

"...Molti errori sono figli dell'inesperienza e anche, lo ammetto, magari della presunzione. Eravamo convinti che saremmo stati lì almeno per dieci anni. Non è più così, oggi tutto cambia rapidamente. E non siamo riusciti a trasmettere la nostra naturalezza, che eravamo rimasti quelli di Rignano e dei quartieri di periferia, anzi abbiamo proprio dato un'immagine di arroganza che non corrisponde al vero. Ma Renzi è uno che ha cambiato davvero tanto in pochissimo tempo”.

E avete sbagliato pure con Crocetta. 

“Crocetta non è un mio errore, l'ho ereditato. Questo va chiarito una volta e per tutte. Quando sono diventato sottosegretario, era già lì da più di un anno. Quando fu scelto, avevo appena perso le primarie e le avevo perse contro Rita Borsellino sostenuta dal vecchio Ulivo e Fabrizio Ferrandelli che aveva dietro quelli che sostenevano il governo Lombardo. Io ero l'unico sostenitore di Renzi e avevo deciso di correre da solo con tante ragazze e ragazzi, contro l'establishment di quei tempi. Ho cercato di arginarlo. Avevamo due visioni diametralmente opposte sui rifiuti, sulla gestione dei siti culturali, sull'energia, sulla formazione, sulla sanità, sul lavoro, su tutto. Ho fatto più opposizione io che tanta opposizione che ha fatto, invece, consociativismo. Ricordo che tanti di quelli che oggi governano o hanno incarichi di responsabilità sostenevano Crocetta e ora fanno gli indiani. Io mi scontravo con lui quando era potente”.

Ma poi lei è diventato potentissimo, il plenipotenziario siciliano del mattatore toscano. Non bastava una telefonata a Renzi? Non aveva il numero di telefono?

“Più volte ho detto la mia su Crocetta perché pensavo che fosse utile interrompere quel percorso. Mi sono scontrato, con pochissimi altri, con l'Ars inamovibile, non si scioglie mai nemmeno a cannonate, e pure con il Pd romano, perché Matteo è sempre stato un segretario ponderato e non autoritario come si pensa. E le ricordo che, nei momenti di maggiore crisi con Crocetta, c'era la crisi a Roma con Ignazio Marino. Renzi non se la sentì reggere due fronti. Io ero dell'idea di andare a votare. Abbiamo pure litigato allora. E sa che le dico...”.

Dica.

“...Se avessimo votato, probabilmente, oggi avremmo a Palazzo d'Orleans un presidente di centrosinistra e la storia sarebbe stata diversa, perché avremmo evitato quelle disastrose elezioni regionali prima delle politiche. Ho una memoria di ferro. Me lo ricordo che all'assessorato Attività produttive bazzicavano gli uomini di Montante e poi quelli che chiamammo i professionisti 2.0. Ricordo l'immobilismo e l'incapacità. Ma dovevo tenere tutto in piedi. Comunque sono stato facile profeta: quell'esperienza ci ha tagliato le gambe. Infatti, ancora ce la rinfacciano”.

Scusi, così è troppo comodo. Lì in mezzo c'erano anche i vostri. I suoi. Suvvia, segretario...

"Avevo la responsabilità politica di tenere tutto in piedi, lo ripeto. Se avessi perso la battaglia per mandarlo a casa, sarei stato in totale minoranza. O lascio il partito o tento di arginare, ecco il dilemma. Ho scelto di arginare".

Si dice che gli zingarettiani non aspettino altro che l'occasione propizia per mandarla a casa.

(ride)

Perché ride?

“Perché da quando faccio politica convivo col fatto che qualcuno vuole farmi politicamente fuori. Ero giovanissimo segretario cittadino e arrivarono da Roma dirigenti che ero abituato a vedere solo in tv per dirmi che dovevo lasciare, troppo libero e irrequieto. Poi capogruppo del Pd in consiglio comunale, lo stesso. Conosco quei diktat e ci sono abituato. Ho scelto di non stare dietro ai notabili ad aspettare che mi dessero il permesso di respirare e, anche lì, addosso a Faraone, Non mollo e non mi importa. Tengo troppo alla mia libertà”.

Vogliono farla politicamente fuori? Lo ammette allora?

“I ricorsi ci sono, mica me li invento io. Ma io faccio politica, non l'ufficiale giudiziario. Mi piacerebbe essere valutato per quello che sono, non per i cavilli. Con Zingaretti ho un ottimo rapporto e lo sostengo lealmente come in passato altri non hanno fatto con Renzi. Ma resto quello che sono, non indosso l'uniforme da gendarme del nuovo corso come altri hanno fatto con Renzi, ricorderete: erano tutti renziani. Rispetto Nicola, rispetto tutti, ma pretendo rispetto per le idee diverse, per me e per quelli che la pensano come me. Si può e si deve stare uniti e ricordare che l'avversario è fuori dal Pd e non si chiama Davide”.

La linea moderata contro i populismi paga?

“Io credo soprattutto che dobbiamo dare risposte concrete, le scelte soltanto ideologiche non premiano più. C'è chi si riferisce all'Ulivo e i ragazzi non sanno nemmeno che cos'era. Non abbiamo bisogno dei maestri con la mazzetta di giornali sotto il braccio o con l'ipad che dettano la linea”.

E l'esperienza della giunta Musumeci?

“Non posso dire che il governo Musumeci sia migliore del governo Crocetta che ho contestato. Per nulla. Siamo sempre e ancora all'immobilismo. Lui è uno che si pone come la personalità integerrima e disinteressata che si sacrifica per il bene della Sicilia. Invece è abbarbicato alla poltrona e briga per ricandidarsi. E poi vederlo sul palco a Pontida, nello stesso luogo dove per anni ii siciliani sono stati insultati, mi ha fatto venire il voltastomaco. Avete visto chi c'era anche ad assistere al suo comizio? Gli uomini per tutte le stagioni, i voltagabbana. Quelli che assistevano ai comizi di Crocetta ed erano tutti iscritti al Megafono. Che squallore”.

Renzi che farà da grande?

“Intanto fa il senatore. Per fortuna, ha mantenuto la passione nonostante le cattiverie che ha subito. Neanche Mandrake avrebbe resistito".

E lei che farà da grande?

“Quello che faccio adesso. Continuerò a impegnarmi e continuerò ad essere un politico di strada, che incontra la gente e la ascolta”.

Nel Pd?

“E dove altrimenti?”

Sicuro?

"Ma certo".