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IL COMMENTO

Liste, lanciafiamme e segreterie
Pd, la condanna delle minoranze


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Una foto scatena il caos. Ma è solo l’ennesimo esempio di una coesistenza impossibile.

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Un piccolo caso sarebbe già, linguisticamente parlando, un cas-ino. E nel Pd, la correlazione tra il termine e il suo diminutivo è più vera che altrove. Così, la foto siciliana dei renziani (o lottiani, o lottisti) attorno a un tavolo di matrimonio basta e avanza per far saltare tutto e per ricordare, a chi lo avesse dimenticato, che quello non è un partito già da un po’. Che da quelle parti non si unisce, ma si divide. Non si discute, ma si litiga. Che da quelle parti, essere minoranza è una condanna.

Se ne sono accorti, pensate un po’, persino i renziani. E qui ci sarebbe da ridere per un po’. Basti vedere i nominati, catapultati, miracolati piazzati nelle liste delle ultime Politiche. Anche qui in Sicilia, dove è apparsa, ai fedeli del "cambiaverso", persino l’immagine di Maria.. Elena Boschi. Che prima di allora non è che sembrasse così di casa, tra cannoli e carretti. Ma tant’è, quello è un vizio vecchio e diffuso a ogni latitudine politica.

Ma la polemica renziana sulla nuova segreteria senza renziani, si diceva, fa un po’ sorridere. Se solo si pensa, infatti, alle parole d’ordine del leader fiorentino: si iniziò con la rottamazione. Non proprio un esempio di “rispetto per le minoranze”. Una rottamazione che qui in Sicilia si tradusse anche nella cooptazione di esponenti politici storicamente di destra o nel rilancio di una giovane promessa della politica come Totò Cardinale. Eppure, proprio in quei giorni ecco saltare fuori persino il “lanciafiamme” col quale il supereroe gigliato avrebbe fatto sparire buona parte della classe dirigente Dem nel Sud. Con l’ambizione, ovviamente, di sostituirla con la propria. Quella di cui sopra.

Sarebbe facile dire, insomma, che si raccoglie quello che si semina. E a questa banalità ci sottrarremmo pure, se non fosse che certi stilemi del renzismo peggiore – perché c’è anche un renzismo positivo, sommerso però da una certa retorica incomprensibilmente arrogante – sono ancora vivi e vegeti. Prendi ad esempio il “video-commento” dell’ex premier di fronte ai risultati delle europee. Tutto un rivendicare la strategia dei “pop-corn” che avrebbe fatto sgonfiare il Movimento cinque stelle. Un successone, davvero, visto che questo si è tradotto non certo in un passaggio di quei voti al centrosinistra, bensì alla Lega. E così, a pop-corn freddi, oggi in Italia la destra-destra sfiora il 40-50 per cento. Chapeau.

Eppure, pare che non ci sia, nel Pd, altro linguaggio possibile che quello delle fazioni che non riescono a trasformarsi in correnti. E sarebbe già un passo avanti. Come se per forza, nel Pd, debbano coesistere più partiti. Come se l’acqua e l’olio di Ds e Margherita - un miracolo che portò anche un po' di vittorie, anche al prezzo di governi ingovernabili - prima o poi dovesse necessariamente scindersi in elementi che oggi non sono più né l'uno, né l'altro. Questo rimproverano oggi a Zingaretti i compagni di partito che non hanno titolo per farlo, ma che hanno ragione nel merito. Anche perché, quelle aree che oggi stanno attorno al nuovo segretario, in Sicilia, non è che abbiano brillato per coerenza. Da chi aveva criticato il governo Crocetta, prima di sedersi dentro quella giunta, a chi ha addirittura, prima ha organizzato aree partigiane anti-Faraone per poi sostenerlo nella solitaria corse delle primarie.

E chissà quale sarà la prossima puntata, la prossima foto. Di un partito che ha all’interno due e più partiti. Uno che guarda al “passato remoto”, come dice qualcuno e un altro che guarda al “passato recente”. E forse, invece, sarebbe il momento di guardare al futuro: separandosi e proponendo due idee politiche da mettere a disposizione degli italiani. Prima del prossimo “piccolo caso”. Linguisticamente parlando.