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PALERMO - L'INCHIESTA

Quell'infame doveva morire
"L'ordine arrivò da Riina jr”


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Giuseppe Salvatore Riina

Un'intercettazione svelerebbe il ruolo del figlio del capo dei capi 

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PALERMO - “Quello sbirro e infame” doveva morire. Il figlio di Totò Riina, Giuseppe Salvatore, aveva dato il suo benestare con un pizzino. Così viene fuori da un'intercettazione. È uno dei capitoli su cui la procura di Palermo sta ancora indagando.

Nel luglio dell'anno scorso Angelo Occhipinti, indicato come il nuovo capomafia di Licata e arrestato nel blitz dei carabinieri di Agrigento, viene investito della questione che riguardava due ex detenuti agrigentini, Massimo Tilocca e Vincenzo Sorprendente. Tilocca veniva accusato di avere messo in giro voci infamanti sul conto di Sorprendente, tanto da determinare l'intervento del figlio di Riina.

Entrambi furono convocati al cospetto di Occhipinti in un magazzino. Per primo toccò a Sorprendente. Quello captato dalla microspie nel luglio dell'anno scorso sembra il dialogo di un film. Ed invece non è finzione cinematografica.

“Prendi la sedia... siediti... allora Vincè ... mi devi dire tu, tutto quello che è successo preciso dalla A alla Z, senza nascondere niente...”, chiedeva Occhipinti. Quel “carabiniere e infame” di Tilocca, pochi giorni prima, lo aveva aggredito in strada. Era successo “un macello”. “Ora se tu ritieni opportuno dirgli qualcosa, gliela dici...”, diceva Sorprendente andando via dal magazzino di via Palma.

Occhipinti convocò Tilocca. Nell'ultimo periodo di carcerazione trascorso in una casa lavoro a Vasto, in Abruzzo, “... mi stava arrivando un pizzino... Salvatore Riina mi sta mandando un pizzino…mi ha scritto…Totò Riina, Salvatore…”. Tilocca faceva confusione fra i nomi di Totò Riina, il sanguinario capo dei capi oggi deceduto, e il figlio Giuseppe Salvatore, già condannato per mafia. Sarebbe stato quest'ultimo a dire a Tilocca che, una volta scarcerato, avrebbe dovuto “stuccare” un infame licatese soprannominato “u gelese”, e cioè Sorprendente.

Effettivamente Massimo Tilocca da dicembre 2017 a maggio 2018 è stato ospite nella stessa casa lavoro del figlio di Riina che è giunto in Abruzzo dopo avere scontato la condanna per mafia ed anche il periodo di libertà vigilata a Padova.

Occhipinti rivendicava la regola mafiosa secondo la quale era egli stesso in quanto capo, a dovere essere informato della delicata faccenda che riguardava due agrigentini: “Me lo mandavano qua... ed io sono qua”.

Perché Sorprendente meritava di morire? Lo accusavano di avere fatto arrestare due persone in possesso di droga, “Antonio Sciascia” e “Gero”. Circostanza, anche questa, realmente avvenuta. Occhipinti invitava Tilocca a restare calmo: “... non ti puoi... non ti puoi smuovere Natà (Natalino)... come minchia te lo devo dire... se ti vengono di sopra, non ci possiamo muovere più... non ci possiamo muovere più... ohh... come te lo devo dire”.

Infine Tilocca si giustificava per non avere avvertito subito Occhipinti, ma di mezzo c'era un Riina: “... e quello è un ragazzo che ci scappelliamo tutti”. Il fatto di avere come padre il vecchio capo di Cosa Nostra, però, non autorizzava Giuseppe Salvatore Riina a mancare di rispetto ad Occhipinti: “... si dovrebbe imparare prima di tutto a camminare, lui è andato a Licata... a... Licata sino a prova contraria... abbiamo un amico... ma l'amico non sa niente... come mai? ”.

Il capomafia di riferimento sul territorio deve sempre essere informato. Proprio come aveva fatto Occhipinti quando salvò Tilocca entrato in rotta di collisione con alcuni boss catanesi durante la detenzione nel carcere di Siracusa.

Tilocca sapeva bene di avere rischiato grosso e si mostrava riconoscente verso il suo capo: "Mi ha risolto un problema... con cinquanta catanesi... mezza lettera ha scritto... mezza... mezza ... mezza a Siracusa... pensa... quelle quattro parole sono arrivate… quattro parole sono arrivate... i santapaoliani... e… i carcagnusi… tutte cose abbiamo sistemato... e io non dovrei andare incontro alla morte per lo zio Angelo?... io a morire me ne vado... io me ne vado a morire... io me ne vado a morire... per te zio Angelo”.