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Semaforo russo

Musumeci il filo-leghista
Ma è la solita minestra


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Le scelte del presidente. Ma, nel frattempo, i problemi rimangono irrisolti.

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Quindi Nello Musumeci, il governatore della regione meridionale più popolosa dopo la Campania, pensa di offrire ai siciliani un progetto per il Sud con un centrodestra guidato dalla Lega, almeno secondo quanto abbiamo appreso dalla kermesse di “Diventerà Bellissima” svoltasi a Palermo il 15 giugno scorso. In soldoni significa: se oltre lo Stretto caro Matteo Salvini non hai ancora le percentuali del Nord ci penso io, ti aiuto io a raggiungerle in cambio di un conveniente matrimonio (con forme da definire) tra te e il mio movimento.

Un epilogo dell'esperienza fin qui qui vissuta dalla sua creatura politica, che sembrava preoccupata del mancato accoglimento delle ragioni del Sud da parte del governo nazionale in cui la Lega è padrona quasi assoluta, decisamente inaspettato. Intanto la maggioranza va in mille pezzi mandando in onda un ennesimo scontro frontale al vertice delle istituzioni isolane.

Un problematico feeling tra gli inquilini di Palazzo d'Orleans e Palazzo dei Normanni (i due protagonisti minimizzano) finora strisciante che adesso è esploso sulla mancata nomina a sovrintendente della Foss (l’Orchestra sinfonica siciliana) della candidata gradita al commissario in Sicilia di Forza Italia e sulla guerra senza tregua all’assessore al bilancio Gaetano Armao reo, secondo il fedelissimo miccicheiano e collega di partito Giuseppe Milazzo, di avere siglato un accordo insoddisfacente con lo Stato sulle ex province (accordo, da notare, firmato anche da Musumeci). Miccichè è furente per l’affossamento alla Foss (il gioco di parole non era voluto) della sua pupilla, spalleggiato da un singolare furore vendicativo di esponenti dell'Udc, partito dell'interessata, come se si trattasse, con ben altri drammi quotidiani sulla pelle dei siciliani, della scelta del segretario generale dell’Onu.

Adesso Miccichè pretende il siluramento del povero presidente del cda Stefano Santoro che non ha voluto avallare possibili conflitti d'interesse. Musumeci di commissariare la fondazione giustamente non ne vuol sapere (del resto, con quale motivazione?) incrinando ulteriormente un difficile rapporto in una fase in cui forti sono le pressioni per un rimpasto generale della giunta, non assecondate, per ora, dal governatore, e dirompente è la questione morale che attanaglia Ars e governo regionale per il numero di assessori e deputati regionali attualmente indagati a vario titolo.

Siamo la terra di Pirandello. Da un lato Miccichè si erge a paladino dei diritti umani, e va applaudito, contrastando Salvini sull'operazione sovranista “porti chiusi” ai migranti salvati dalle Ong, dall'altro, e qui va biasimato, pretende, in verità in buona compagnia, di mettere becco, per una concezione sovranista (invadente e invasiva) del ruolo della politica, in materia di poltrone e incarichi del sottogoverno siciliano. Un vizio che conosciamo perfettamente ostentato sfacciatamente stavolta al pari di una virtù, paradossi siculi.

Al di là di ciò, qualcosa non quadra nella posizione filo leghista assunta da Musumeci, seppure con qualche distinguo che ne rivela un sottile imbarazzo, sia perché non è ancora chiaro cosa la Lega ha in mente per il Sud (a nostro giudizio la fretta di liberarsene, dopo aver drenato voti, con le nuove autonomie in cantiere a favore delle regioni del Nord sede naturale dell’elettorato leghista), sia perché Musumeci sta già governando la Sicilia – dettaglio non trascurabile - e tocca a lui dare le risposte ai bisogni dei siciliani, risposte ancora non sufficienti in un contesto politico che ripropone – deludendo parecchi osservatori inizialmente ben disposti nei confronti dello stesso Musumeci - vecchie logiche spartitorie mai abbandonate chiunque abbia governato e i personaggi abituati a saltare sul carro del vincitore per occupare l'alta burocrazia, la sanità, le partecipate, eccetera. Il centrosinistra con Crocetta e un Pd staccato dai bisogni dei cittadini e fin troppo ambiguo, occorre ammetterlo, siamo d'accordo con Musumeci, ha lasciato macerie, non in misura superiore però del centrodestra berlusconiano, cuffariano e lombardiano che in Sicilia ha governato per molti anni. Insomma, niente di nuovo sotto il cielo oggi e, purtroppo, lo possiamo immaginare, niente di nuovo nel prossimo futuro.

La solita minestra, per giunta servita nell’indigeribile brodo leghista. In definitiva, l'impressione è che Musumeci voglia mettere insieme un po’ tutto, senza grandi pretese sul necessario e difficile rinnovamento della politica e della classe dirigente siciliana che la incarna malamente, in previsione di probabili elezioni anticipate con il vento in poppa per il Carroccio e il suo leader maximo carico di rosari e crocifissi. Magari con conseguenti cambi di casacca (sport in cui i politici siciliani sono campioni olimpionici plurimedagliati) in direzione della Lega, utili a puntellare la fragile e litigiosa maggioranza all’Ars. Cercare di tenere insieme tutto individuando un nemico assoluto, il M5S dileggiato dai musumeciani forse con eccessiva enfasi e azionista principale del governo Conte, in politica non porta mai a nulla di buono, solo alla corsa scomposta di partiti e fazioni verso la mera conquista del potere.