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L'INCHIESTA

Il funzionario pubblico confessa:
"Così ci spartivamo le tangenti"


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Il momento in cui viene pagata la mazzetta

Un dipendente del provveditorato alle Opere pubbliche per la Sicilia accusa colleghi e imprenditori

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PALERMO - Confessa e accusa colleghi e imprenditori. Antonio Casella, funzionario del Provveditorato per le opere pubbliche di Sicilia e Calabria, si trova ai domiciliari dal 7 maggio scorso. Stessa sorte è toccata ai suoi colleghi Carlo Amato, Francesco Barberi e Claudio Monte.

Il 17 giugno Casella decide di vuotare il sacco rispondendo alle domande del pubblico ministero Maria Pia Ticino, titolare assieme a Giacomo Brandini e Pierangelo Padova dell'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Sergio Demontis.

Nel verbale, depositato al Tribunale del Riesame, Casella conferma la ricostruzione dei poliziotti della sezione "Reati contro la pubblica amministrazione" della squadra mobile: dagli appalti cuciti addosso agli imprenditori disposti a pagare le mazzette alla cresta sulle spese per le missioni. Quello descritto da Casella è uno spaccato desolante della gestione della cosa pubblica negli uffici che si affacciano sul Teatro Massimo di Palermo. La sensazione è, però, che Casella non abbia detto fino in fondo la verità. Ha ammesso il patto corruttivo sugli appalti scoperti dalla Procura, ma forse ha taciuto su altre commesse pubbliche.

“Dichiaro di ammettere le mie responsabilità anche se voglio fare delle precisazioni”, inizia così il verbale. Le precisazioni non cambiano la sostanza delle cose. Il suo racconto comincia dalla storia dell'imprenditore Gaetano Debole che non si è piegato alle richieste di tangenti, facendo saltare il banco con la sua denuncia. È lo stesso imprenditore che Casella scherniva definendolo “paladino della legalità”. "Ma magari gli sparassero", sentenziava Monte.

Fui Casella a dire all'imprenditore aggiudicatario dei lavori di messa in sicurezza di una scuola a Casteldaccia “che sia io che Monte eravamo disponibili a falsificare gli atti contabili in modo da fare realizzare all'imprenditore delle plus valenze che poi ci avrebbe in parte restituito sotto forma di tangenti”. Alla fine non era neppure l'imprenditore compiacente a pagare il prezzo della mazzetta, ma lo Stato che sborsava molti più soldi di quanti ne fossero necessari per i lavori: “Monte concordò con me l'entità della somma, 5.000 euro, da chiedere. Successivamente comunicai a Debole un primo incremento della tangente a 6.500 euro e poi Monte lo incrementò fino a giungere a 8 mila euro”.

Come venivano gonfiati i costi affinché venisse creata la provvista di denaro necessaria per la tangente? “Talvolta aumentavamo i quantitativi nel senso che se per una lavorazione era necessario eseguire un metro quadrato ne contabilizzavamo dieci...”. E lo Stato pagava.

Il patto corruttivo non si fermò neppure quando, nei mesi precedenti al blitz, gli indagati ricevettero la proroga della indagini. Cercarono di correre ai ripari, racconta Casella: “... abbiamo redatto diverse bozze di variante fittizie che unitamente a Barberi e Monte abbiamo poi distrutto sovrascrivendole dopo la notifica della proroga di indagini”.

Casella conferma il pagamento di tangenti per i lavori in una scuola a Centuripe, nell'Ennese: “... io con Amato abbiamo inserito voci fittizie di alcune lavorazioni della parte strutturale. La somma pattuita con i Messina era 5.000 euro come emerge da alcune intercettazioni ma io non ho ricevuto la mia parte”. Poi tira in ballo anche “Spinella, un imprenditore che Amato sponsorizzava in alcuni appalti per l'istallazione degli infissi. Spinella aveva realizzato dei lavori a casa dell'Amato e ogni che serviva si rendeva disponibile dello stesso”.

Altri due dipendenti del Provveditorato, l'architetto Antonino Turriciano e l'assistente geometra Fabrizio Muzzicato, sono stati sospesi per un anno dal Gip. Su Muzzicato Casella dice che “era a conoscenza ma lo stesso si limitava a ricevere parte delle somme che noi gli corrispondevamo a titolo di regalia, senza che lo stesso avesse preso parte all'accordo corruttivo”. A volte le tangenti venivano mascherate sotto forma di consulenze esterne che gli stessi imprenditori assegnavano ai dipendenti del Provveditorato. Come nel caso della costruzione della caserma dei carabinieri di Capaci: “... ho ricevuto da Vaiana due volte 500 euro cadauno connesse alle consulenze private da me svolte”. In cambio “confermo di essermi prodigato per favorire Vaiana sia al fine di occultare alcuni lavori non eseguiti, ad esempio adoperandomi al fine di non fare effettuare il collaudo dell'opera a fine lavori... inoltre cercai di fargli assegnare le ulteriori due tranche di lavori. Ritengo che la dazione di mille euro effettuata da Vaiana in mio favore possa essere connessa alla mia attività svolta a Capaci”.

Infine Casella conferma “anche il sistema delle truffe attuate attraverso il rimborso della false missioni e dei pranzi”, e apre una maglia investigativa su cui sono in corso nuovi accertamenti. Oltre allo stipendio base, vista la mole di lavoro, ai funzionari del Provveditorato viene garantito un corrispettivo quando svolgono ulteriori mansioni nei vari cantieri. Un modo per arrotondare, e di parecchio, lo stipendio. Peccato, però, ed è Casella a riferirlo, che al massimo incentivo sarebbe corrisposto il minimo sforzo: “Per tale appalto l'ufficio ha chiesto in mio favore un incentivo per il ruolo di direttore operativo pari a 1600 euro, ma ammetto di essere andato in cantiere solamente in un occasione”.