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Il caso Sea Watch

Migranti, polemiche e rabbia social
"Perché siamo diventati cattivi"


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foto di Andrea Tuttoilmondo

La Sea Watch, le fazioni contrapposte e le contrapposizioni. Ma perché sentiamo il bisogno di odiare?


E' agli occhi che bisogna tornare, sapendo che sono il passaporto più franco dell'umanità. E se qualcuno crede che gli occhi italiani abbiano la precedenza, è in rotta di collisione con ciò che di buono e generoso avvertiamo nel nostro cuore.

Lasciamo sullo sfondo, per un attimo, la Sea Watch, con le sue polemiche epocali, con i suoi angeli o demoni a seconda della visuale, con il suo cascame politico, col suo garbuglio di carte giudiziarie che chi di dovere valuterà. Ancora una volta valga l'appello: torniamo agli occhi che non hanno bisogno di altro.

Questi che vedete nella foto di copertina sono apparsi sul web qualche giorno fa e dalla nave ancorata a Lampedusa – il fondale e il simbolo di una sfida variamente declinata – provengono. Ma contano per quello che sono: gli occhi di una persona in qualunque naufragio. Qualcuno ha colto il tratto della reciproca riconoscibilità: se ti guardo e capisco che sei come me, nulla potrò farti di male. Altri li hanno irrisi, hanno vaneggiato di 'pacchia', hanno lanciato per aria il solito fuoco d'artificio che esplode in rumore senza sostanza: prima gli italiani. Come se essere migranti equivalesse a una eguaglianza minorata, a una inferiorità dei diritti, a un'attesa che può non sciogliersi.

E in più di un caso è divampato l'odio da tastiera, il belato travestito da ruggito: affondiamoli, spazziamoli via.... Tutti asserragliati nella tinozza virtuale dei risentimenti – scriveva Edgar Lee Masters: 'Tabù e regole e apparenze,  sono le doghe della vostra tinozza. Spezzatele e rompete l'incantesimo di credere che la vostra tinozza è la vita e che voi conoscete la vita - a sparare virtualmente contro le anime dei viaggi e delle migrazioni, in un folgorante accendersi di odio. Ma perché odiamo tanto? Odiamo davvero?

Dice Anna Ponente direttrice del centro diaconale 'La Noce' dell'istituto valdese: “Anni di disinteresse e disattenzione della politica ai grandi temi sociali e un linguaggio comunicativo centrato sulle contrapposizioni hanno alimentato un senso di rabbia e di paura. L'indifferenza è il risultato di chi non ha operato con senso di responsabilità e cura verso l'altro.  Oggi dobbiamo impegnarci ancora di più per il bene”. Anna è uno di quei soldati semplici che, invece, hanno scelto la solidarietà quotidiana, non chiacchiere e distintivo, mani che leniscono il dolore; lei con altri.

Dice Renzo Messina della Comunità Sant'Egidio: “Io penso che nel cuore degli uomini risiedano tutti i sentimenti. Emergono di volta in volta quelli che vengono maggiormente coltivati o stimolati. Purtroppo in un contesto di rabbia per un tranquillità che non arriva e di paura di perdere ciò che si è conquistato, l’unico orizzonte diventiamo noi stessi e ciò che è diverso da noi diventa una minaccia. Qualcuno lo ha capito e soffia sul fuoco in modo scomposto, ma io resto fiducioso, me lo chiedono i deboli che conosco e che maggiormente hanno bisogno di essere protetti, italiani o stranieri che siano e mi confortano le parole del Vangelo che mi insegnano che le porte degli inferi non proveranno. E’ un tempo triste ma passerà, ci vorrà tempo ma passerà”. E compare un delicato orizzonte di speranza, in questa trincea.

Dice Vincenzo Ceruso, sociologo: “Non si tratta di destra o sinistra, la gente ha smesso di provare empatia, quella capacità umana di immedesimarsi nella condizione dell'altro, soprattutto di chi è più debole. Non esiste una sola risposta, ma una possibile risposta al perché sia avvenuto è che la gente è sola, terribilmente sola, ha paura e si rifugia nel piccolo gruppo, nella tribù, nel richiamo rassicurante del sangue. Bisogna ricostruire, rammendare legami sociali e generazionali. O non ci sarà salvezza”. La paura che ritorna, leitmotiv di una catastrofe.

Dice Ciccio Russo, il medico della missione 'Speranza e carità' del missionario laico Biagio Conte: “Ci lasciamo condizionare senza riflettere dalle urla che percepiamo. Questo provoca una valanga nel cuore di tutti. Non pratichiamo più la solidarietà, la condivisione. Ci chiudiamo in noi stessi perché siamo impauriti, come se fossimo in uno stato d'assedio. Ne incontro tanti di migranti che scappano dalla guerra. Hanno ferite che non si rimargineranno mai. Le ferite nello spirito di chi ha conosciuto la guerra sono le peggiori”.

Dice Rino Martinez, cantautore, poeta, che sta ripartendo per la foresta del Congo dove aiuterà i pigmei: “Dobbiamo evitare lo scontro tra chi ha idee diverse e tornare a parlare come persone. Oggi l'odio non è appannaggio di una sola parte, è cavalcato da tutti. Io amo molto Gandhi che ha cambiato il mondo, ma con la non violenza”.

Gandhi, l'omino per noi un po' cinematografico, con le lenti e in tunica bianca, che predicava l'amore, come se fosse alla portata della nostra miseria. Gandhi che sapeva quanto conta uno sguardo e quanto sia irrimediabile accecarlo. Gandhi che ripeteva a chiunque incontrasse: “Occhio per occhio rende tutto il mondo cieco”.