"Dobbiamo andare ad ammazzarlo"| Così parlava il funzionario massone - Live Sicilia

“Dobbiamo andare ad ammazzarlo”| Così parlava il funzionario massone

Le intercettazioni del dipendente regionale arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa

PALERMO – A mali estremi, rimedi estremi. Mai si saprà se le sue intenzioni fossero reali, ma le parole le ha davvero pronunciate. E sono state intercettate, nonostante l’indagato nel corso dell’interrogatorio le abbia in parte disconosciute.

L’insospettabile funzionario regionale Lucio Lutri, arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, era stato categorico. Ai mafiosi di Licata aveva inizialmente chiesto di mettere una croce sull’uomo che non aveva saldato un debito con suo amico. Sarebbe uno dei favori che dimostrano la complicità fra il dipendente dell’assessorato all’Energia, ed ex maestro venerabile di una loggia massonica, e la cosca mafiosa licatese. Così sostiene la Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

In ballo c’erano trentamila euro mai incassati da Giuseppe Noto, di Riesi, per la vendita di animali e macchinari a Giuseppe Favarò, di Campobello di Licata. Il referente di Lutri per cercare di risolvere la faccenda era Giacomo Casa, uno dei sette arrestati nel blitz dei carabinieri del Ros e del comando provinciale di Agrigento.

“Peppe, prima di agosto ci dobbiamo vedere per forza, che cazzo… io da un giorno all’altro aspetto che a questo gli dobbiamo… lo dobbiamo andare ad ammazzare -diceva Lutri a Noto – per essere chiaro e qua chi cazzo ci vuole sentire ci sente… però… dobbiamo stare allineati e coperti per ora, mio compare… il telefono deve funzionare poco… però sai quale è ormai la decisione ultima… perché discutere… perché uno può appizzare piccioli ma la dignità mai, mai, mai, mai… perché se io le cose le devo risolvere da qua, le risolvo io, se gli altri dicono che devono dare una mano e si fanno ringraziare mi sono rotto i c…”.

Ad un certo punto Lutri si sarebbe pure attivato per fare ottenere un prestito a Favarò affinché mettesse a posto le cose. Lutri aveva cambiato idea: uccidere Favarò non sarebbe servito a nulla: “… perché noi glieli dobbiamo scippare i soldi… non è che qua c’è.. .perché se lo ammazziamo non ci prendiamo manco una lira…”.

E così il funzionario dalle mille amicizie si attivò per il prestito: “… perché gli sto facendo mettere la casa tutte cose a posto con la sanatoria…”. L’importante era che “… non si deve fare sentire e manco si deve fare vedere altrimenti lo ammazzo con le mie mani… perché io gli ho messo gente da tutti i lati e per evitare di ammazzarlo… io gli ho salvato la vita perché altrimenti lo avrebbero ammazzato…”.

La storia del prestito era stato oggetto di una discussione fra Lutri e Favarò capata dalle microspie dei carabinieri: “… appena io so che alla banca viene fatto il mio nome tu soldi non ne prendi più”. “Allora a vossia non lo dobbiamo nominare là…”, chiedeva Favarò. Lutri era invee convinto che Favarò avesse già parlato troppo: “.. quello che devo fare lo so io… non è vero che non mi hai nominato… e tu lo sai… e non fare più minchiate… perché ti blocco tutte cose mi metti nella merda… perché se tu metti nella merda a me… sei nella merda tu”. Una volta ottenuto il prestito, queste erano le indicazioni di Lutri, Favarò doveva “mettere tre mila euro in una busta e li porti qua… nemmeno Dio deve sapere queste cose…”. L’epilogo della vicenda è confinato nel segreto investigativo.


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