Lo sdegno di Maria Falcone e il 'romanzo rosa' di una strage

Lo sdegno di Maria Falcone e il ‘romanzo rosa’ di una strage

Le parole di Maria Falcone e il ricordo dei ragazzi che videro l'orrore.
IL LIBRO E LE POLEMICHE
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Uno dei ragazzi che avevano visto morire Giovanni Falcone conservava ancora la sua faccia intoccata da ragazzo, nonostante la strage. Eravamo nello studio di Mimma Tamburello, un grande avvocato che manca molto. Lui raccontava. Degli occhi del giudice che aveva colto, in quell’orrendo miscuglio di asfalto e lamiera. Del lancinante dolore di tutto. Tanto che, questo ragazzo perbene, educato e forte, lasciando da parte le formalità, per la prima volta lo aveva chiamato per nome: “Giovanni…”. Un rantolo. Un’invocazione. Un sussurro. Ma ecco un’ambulanza con le sirene spiegate, in strada, durante il racconto. Il suono arrivò in quella stanza. Il ragazzo che aveva visto morire Falcone sbiancò e si mise a tremare. Capaci era ancora lì. Con lui.

Ieri la professoressa Maria Falcone, rispondendo a un articolo de ‘La Sicilia’ e commentando il libro della dottoressa Ilda Boccassini, ha pronunciato parole significative: “Quel che allarma innanzitutto è che sembra si sia smarrito ormai qualunque senso del pudore e del rispetto prima di tutto dei propri sentimenti (che si sostiene essere stati autentici), poi della vita e della sfera intima di persone che, purtroppo, non ci sono più, non possono più esprimersi su episodi veri o presunti che siano e che – ne sono certa – avrebbero vissuto questa violazione del privato come un’offesa profonda”. La manifestazione di un dolore per una intimità svelata, questo trapela. La richiesta di silenzio, non per ipocrisia, ma in quanto, appunto, le persone che altro potrebbero dire non potranno farlo, perché non ci sono più. Dunque, che bisogno c’era di chiamarle in causa?

Non è stata quasi mai semplice questa storia di sofferenza, di eccidi e di antimafia. Anche per motivi familiari. Ricordiamo, per esempio, la spaccatura nella ‘Fondazione Falcone’, quando la famiglia Morvillo decise di andare via. Le incomprensioni sono materia ordinaria per i vivi. Come è normale che, sul lutto, in forma privata o pubblica, possano consumarsi differenze che raggiungono il risentimento. Niente è più difficile da portare di una simile eredità.

Ma è comunque una storia vera nei suoi sepolcri e nelle sue lacrime. E non è soltanto un rintocco funebre. Perché prima ci furono amore, risate, scherzi, impegni, giornate faticose, passione e lavoro che ci aiutano a ricordare quella morte come vita.

Su tutto questo si è posata la polvere delle parole di un libro in cui una donna racconta dei suoi sentimenti per un uomo. E crediamo, come abbiamo scritto, che sia stato un grido del cuore, senza altre ragioni che il suo stesso gridare. Però, pensiamo anche che le parole di Maria Falcone risuonino come definitive e che disperdano i pettegolezzi, i chiacchiericci, gli ammiccamenti che si sono innestati nella memoria, probabilmente ben oltre le intenzioni dell’autrice. Capaci è il nome tremendo di un mostro che ha inghiottito esistenze e amore, seminando speranza, per rigetto dell’orrore. Nel perimetro delle sue mutilazioni non ci sarà mai spazio, con tutta la buonafede del mondo, per le suggestioni più o meno involontarie e occasionali del ‘romanzo rosa’ di una strage.


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