Aiutò una donna a morire| Sotto inchiesta dei pm di Catania

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06 Luglio 2019, 17:57

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(di Mauro Barletta) (ANSA) – TORINO – Alessandra è morta il 27 marzo nella casa dei suicidi. E’ morta in Svizzera, dalle parti di Zurigo, dove c’è una clinica, la Dignitas, che aiuta i suoi pazienti a smettere di vivere. Adesso, ancora una volta, la giustizia italiana tornerà a occuparsi di eutanasia. Perché quello che in altri Paesi è legale aldiquà delle Alpi non lo è. Ma non solo.

Nella vicenda di questa donna di 46 anni, insegnante di Paternò (Catania), sofferente nell’animo e nel corpo al punto da desiderare di non risvegliarsi più, ci sono aspetti che i magistrati vogliono chiarire. Dalla procura di Catania è partito un avviso di garanzia alla volta di Torino. Il destinatario è Emilio Coveri, 68 anni, presidente di un’associazione, Exit Italia, che da anni propugna “il diritto delle persone a una morte dignitosa”.

Il diritto a “scegliere per sé”. Il reato ipotizzato dal procuratore aggiunto Ignazio Ponzo e dal pm Angelo Brugaletta è l’istigazione al suicidio. Significa, in caso di colpevolezza, dai cinque ai dodici anni di carcere. Ma Coveri sventola il provvedimento (un invito a presentarsi a Catania il 25 luglio per un interrogatorio) come una bandiera. “Me lo aspettavo – dice – e ora mi onoro di essere indagato come Cappato. Anche se io, a differenza sua, non ho fatto nulla di eroico”. Il riferimento è a Marco Cappato, l’attivista radicale che nel 2017 portò Dj Fabo in Svizzera, alla Dignitas, per l’ottenimento dell’eutanasia: “Un eroe che ha compiuto un gesto d’amore e compassione. E poi si è autodenunciato”.

L’insegnante era tormentata dalla depressione e da una nevralgia cronica, la sindrome di Eagle. Da un paio d’anni non esercitava più. I familiari le erano sempre stati vicino. Ma quando partì per la Svizzera, il 25 marzo, furono colti di sorpresa: lo seppero per caso, da un comune conoscente che aveva incontrato la donna in aeroporto. Ormai il meccanismo era scattato. Dalle indagini di carabinieri e polizia postale risulta che Coveri e Alessandra si tenevano in contatto fin dal 2017. Telefonate, e-mail, sms dove gli inquirenti rilevano, tra l’altro, “sollecitazioni e argomentazioni in ordine alla legittimità, anche etica, della scelta suicidiaria”.

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Il 5 febbraio 2018 l’insegnante prese la tessera di Exit. Tredici mesi dopo lasciò che la addormentassero per sempre. I parenti, sconcertati, hanno presentato una denuncia. I pubblici ministeri hanno subito tentato – ma un giudice si è opposto – di bloccare i beni della donna nel timore che, oltre a versare i 6.200 euro per l’assistenza, avesse intestato a qualcuno il resto dei suoi averi. Del resto – sostiene la procura – le leggi svizzere vietano l’eutanasia “a fini egoistici”, come quelli finalizzati ad appropriarsi di patrimoni “di chi è istigato al suicidio”. Inoltre pretendono che venga praticata solo nei casi di “patologie incurabili, handicap intollerabili, dolori insopportabili”; e Alessandra, sia pure sommando depressione e nevralgia, non poteva essere considerata una malata terminale.

Per il momento un giudice ha concluso che l’insegnante sapeva quello che stava facendo e che la Dignitas si occupò del caso con ogni scrupolo. Ora è entrato in scena il torinese Emilio Coveri. Si vedrà. Nel frattempo l’esponente radicale Silvio Viale invoca l’intervento del Parlamento per “legalizzare anche in Italia l’eutanasia volontaria”. “Non è più tollerabile – osserva – che le persone debbano recarsi in Svizzera per ottenere la pietosa e generosa assistenza di associazioni di volontariato come Dignitas”. 

 

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06 Luglio 2019, 17:57

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