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C’è chi la chiama Great Pacific Garbage Patch, chi Pacific Trash Vortex, chi la definisce il settimo continente. Si tratta di un’isola, un’isola di plastica. Si trova nel bel mezzo del Pacifico ed è considerata uno tra i peggiori disastri ambientali della storia. Fu scoperta nel 1997 dal velista americano Charles Moore, mentre solcava le onde del Pacifico tra Giappone e Hawaai. Gli studiosi delle correnti oceaniche ne avevano già previsto la crescita nei primi anni ’90 ma ora l’ipotesi è diventata realtà.

Secondo GreenPeace, dei circa 100 miliardi di chilogrammi di plastica prodotti ogni anno, il 10 per cento finisce in mare. Di questo un quinto giunge dale imbarcazioni, il resto arriva dalla terra ferma. Ogni giorno, infatti, tra le coste del Giappone e quelle degli Stati Uniti le navi scaricano tonnellate di plastica. Le correnti oceaniche le trascinano poi fino al centro del Pacifico.

L’isola si estende al momento su circa 700mila chilometri quadrati, ma potrebbe addirittura arrivare a coprire 15 milioni di chilometri, una superficie pari quasi al doppio di quella degli Stati Uniti. Ormai affermatasi come la più grande discarica del pianeta, per la maggior parte della sua estensione non è visibile né da satelliti né dalle navi, Per capirne realmente la grandezza è necessario navigarci in mezzo.

Da sacchetti di plastica a bottiglie, da borse a palloni da calcio, l’isola di plastica convoglia in sé tutta la spazzatura del Pacifico. Secondo gli esperti l’isola raccoglierebbe anche “reperti” degli anni ’50. La plastica, non essendo del tutto biodegradabile, pur disintegrandosi in piccolissimi pezzi, non viene mai eliminata completamente. Ecco, così, che I polimeri che la compongono finiscono per essere scambiati per plancton dalla fauna marina.

La plastica non si biodegrada ma si foto-degrada e si scompone in piccole particelle tossiche. Per oltre 260 specie marine la dieta alimentare è proprio a base di petrolio e derivati. E non è raro trovare residui di plastica negli stomaci di tartarughe, balene, delfini e foche. E’ poi ovvio che le sostanze tossiche giungeranno fino all’uomo che si nutre di pesce. Tra i danni che la plastica può provocare nell’organismo ci sono alcuni tipi di cancro, disturbi cardiaci, obesità, diabete e autismo. E se i più positivi ipotizzano di poter costruire sull’isola di plastica una superficie su cui abitare, intervenire per la bonifica del territorio sarebbe il primo passo da compiere.


Il Carnevale di Venezia è senza dubbio uno dei carnevali più celebri ed ammirati al mondo. Le sue origini vengono fatte risalire addirittura al 1094, data riportata su un documento firmato dal Doge Vitale Falier nel quale si parla per la prima volta di festeggiamenti di piazza con il nome “Carnevale”. Come per gli antichi romani anche per la realtà veneziana è probabile che la festività sia stata introdotta e calendarizzata con la necessità, specialmente delle classi più umili, di poter vivere alcuni giorni di spensieratezza e divertimento dando la possibilità a tutti di festeggiare per le strade della Serenissima con canti e balli. Proprio durante questo periodo infatti, sulla falsa riga della prospettiva romana, si assisteva ad un rovesciamento dei ruoli sociali, assecondato dall’anonimato assicurato dalle maschere carnevalesche grazie alle quali era concessa anche la pubblica derisione dell’aristocrazia cittadina. Fenomeno chiaramente tollerato poiché considerato come soluzione necessaria agli inevitabili conflitti sociali che si manifestavano nella Repubblica veneziana.
Con la sempre crescente diffusione delle pratiche carnevalesche, nel 1271 si avranno le prime notizie di una vera e propria commercializzazione delle maschere e dei costumi di Carnevale con la nascita di scuole artistiche specializzate e di tecniche specifiche di creazione dei travestimenti. Con la sempre maggiore complessità delle maschere iniziarono a diffondersi anche differenti materiali realizzativi come il gesso, la garza o l’argilla e con la progressiva complessità e sviluppo della tecnica creativa si formò progressivamente un vero e proprio mestiere artigianale, riconosciuto ufficialmente nel 1436.
A partire dal 1797 però, con l’invasione napoleonica prima e quella austriaca dopo, i festeggiamenti del carnevale furono aboliti definitivamente per paura che potessero generare disordini e sommosse popolari. Le uniche isole della laguna nelle quali il carnevale continuò ad essere festeggiato, seppur con tono decisamente meno festoso, furono quelle di Murano e Burano. La celebre tradizione popolare fu poi ripresa soltanto due secoli dopo, nel 1979, grazie al volere di alcune associazioni cittadine e dei principali attori turistici del Comune di Venezia che riportarono il Carnevale ai suoi fasti originali.
Durante tutto il periodo carnevalesco la città viene completamente addobbata a festa con particolare attenzione a Piazza San Marco, teatro d’eccellenza di sfilate, burle e giochi.
Livesicilia vi propone una fotogallery del Carnevale di Venezia.


Una delle più celebri manifestazioni carnevalesche dello stivale è quella di Ivrea, istituzionalizzata nel 1808 e famosa in tutto il mondo per la battaglia delle arance. L’origine del Carnevale di Ivrea può essere fatta risalire certamente al XVI secolo quando la festività veniva gestita in maniera competitiva dai vari rioni della città in rivalità tra loro. Uno degli ideali che connotano più fortemente questa festività è certamente quello di rivolta e ribellione che nel corso dei secoli andrà progressivamente rafforzandosi nella tradizione popolare. Da qui infatti deriverà quella che oggi è una delle figure più importanti del Carnevale di Ivrea: la Mugnaia. La leggenda vuole che Violetta, giovane sposina e figlia di un mugnaio locale, fosse stata reclamata dal Marchese del Monferrato per reclamare lo Ius primae Noctis. Una volta giunta nella stanza da letto in compagnia del nobile però, riuscì a farlo ubriacare e successivamente a decapitarlo dando così inizio alla rivolta che portò all’abbattimento del maniero del feudatario locale. Fu dall’invasione napoleonica del 1808 che l’antica festività fu soppiantata da un nuovo rito, oggi istituzionalizzato, dal quale derivano anche gli odierni costumi napoleonici e, nello specifico, quello del “Generale” cui è affidato il ruolo di capo della festa. Sarà poi con la rivoluzione francese e con gli ideali di Libertà, Eguaglianza e Fraternità che il carnevale di Ivrea istituzionalizzerà ulteriormente un’altra grande caratteristica: l’obbligo di indossare il tipico berretto frigio per non diventare bersaglio prediletto del lancio delle arance.
Ed è proprio questa la caratteristica primaria del Carnevale di Ivrea, caratterizzato da luci, colori e rievocazioni storiche di chiaro eco medievale ma animato soprattutto dal lancio delle arance che coinvolge l’intera cittadina piemontese.
Livesicilia vi propone una fotogallery del Carnevale di Ivrea.