Cronaca

Bimba morta a Palermo, lo psicologo: “Riflettere sull’uso dei social”

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22 Gennaio 2021, 16:05

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PALERMO – Macabre sfide che passano attraverso i social e coinvolgono bambini e adolescenti di tutto il mondo. Qualche anno fa si sentì parlare di “Blue Whale”, il gioco del suicidio che portò alla morte diversi giovani, oggi girano nel web “Black out”, “Chocking game”, “Pass-out game” diversi nomi per indicare la stessa folle sfida:  la compressione della carotide fino al soffocamento. Una trappola in cui è caduta mercoledì scorso la piccola Antonella Sicomero di appena dieci anni. Dal sociologo, allo psichiatra e allo psicologo l’invito è sempre lo stesso: “Riflettiamo sull’utilizzo dei social e del cellulare, occorre un uso consapevole e responsabile”.

“Entrare nei fatti di cronaca è sempre molto difficile, soprattutto quando si configurano come tragici incidenti di percorso di cui poco sappiamo. Forse è più utile riflettere sul terreno che ha reso possibile, non determinato, quel particolare incidente. Perché gli incidenti per definizione fanno parte della quota di precarietà dell’esistenza”, spiega lo psicologo e psicoterapeuta Calogero Lo Piccolo. “In questa vicenda – aggiunge – il terreno è formato dal mezzo, i social, e dall’uso dello stesso. Discutere dell’ipertrofia assunta dai social – prosegue – ma dalla vita virtuale in genere, in questa particolare contingenza storica diventa persino ridondante. Ne siamo tutti catturati, ben al di là delle soggettive intenzioni. Più interessante – prosegue lo psicologo e consigliere dell’Ordine degli psicologi della Regione Siciliana – potrebbe essere cercare di riflettere su questi particolari giochi cui si partecipa attraverso i social: la sfida. Che certamente non nasce dal social e che tra ragazzini e non solo si sono sempre svolte. A volte con esiti ugualmente tragici. Prove di valore e coraggio come le gare di tuffi da alte scogliere”.

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Una tragedia come quella che si è consumata nella Kalsa, cuore del centro storico palermitano, ci conduce probabilmente verso alcuni quesiti. “Che cosa colpisce quindi – si chiede Lo Piccolo – rispetto a un tragico fatto come la morte accidentale di una bambina di dieci anni? Che il rischio arrivi dentro casa? Che tutto avvenga in solitudine? Che crolli l’illusione della protezione e della sicurezza che un genitore o un adulto può offrire? Probabilmente tutto questo assieme, e molto altro. Forse però sarebbe utile riflettere su quanto la cultura di esaltazione della competizione in cui tutti ci troviamo immersi possa fare da fertilizzante per l’assunzione di rischio soggettiva”.

Uno dei problemi potrebbe essere legato a ciò che l’avvento dei social hanno determinato nella nostra società e su questo argomento Lo Piccolo sostiene che “la competizione non è più considerata nella cultura contemporanea come un problema in sé, si preferisce rimuovere tutti gli aspetti distruttivi che potenzialmente sono sempre insiti nella stessa”. Per lo psicologo è come se stessimo tutti dentro un reality show che richiede performance ammirevoli, dentro un talent in cui guadagnare voti “dentro la dicotomia figo-sfigato”. “Dove tutti partecipi, complici e vittime allo stesso tempo. I social – conclude – hanno solo moltiplicato all’infinito la platea e i palchi. E con questo facciamo i conti, anche negli esiti estremi”.

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22 Gennaio 2021, 16:05

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