Caccamo, l'omicidio di Roberta: "Qualcuno ha aiutato l'assassino"

L’omicidio di Roberta Siragusa: “Qualcuno ha aiutato l’assassino”

La parte civile chiede l'ergastolo e la trasmissione degli atti alla Procura
IL PROCESSO
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PALERMO – Pietro Morreale voleva uccidere Roberta Siragusa. Era accecato dalla gelosia. Doveva essere sua o di nessun altro. E così ha programmato il delitto e provato a costruirsi un alibi. Secondo le parti civili, il giovane merita l’ergastolo, così come ha chiesto la Procura. E bisogna continua a indagare perché potrebbero esserci state delle complicità non ancora emerse.

Gli avvocati Giovanni Castronovo, Simona La Verde, Sergio Burgio e Giuseppe Canzone ricostruiscono davanti alla Corte di assise di Palermo presieduta da Sergio Gulotta la tragica morte della diciassettenne, il cui corpo fu ritrovato in un dirupo a Caccamo, in provincia di Palermo.

“Oltre 30 episodi di violenza”

“Stordita e bruciata viva”, sostiene l’accusa. Roberta non si è suicidata appiccando da sola le fiamme, dicono i legali del padre, della madre e del fratello della vittima. “Le evidenze scientifiche sono chiare, è stato un omicidio efferato e premeditato”, spiega l’avvocato Castronovo. Lo dimostrerebbero i “33 episodi di violenza subiti da Roberta nei mesi antecedenti alla morte”.

Per ultimo quello riferito da un testimone: “Quattro giorni prima del ritrovamento del cadavere, avvenuto nel gennaio 2021, Morreale avrebbe stretto una corda attorno al collo di Roberta”.

Non si sarebbe rassegnato alla fine del loro fidanzamento. Una volta commesso il delitto, secondo i legali di parte civile, il ventenne imputato avrebbe invitato un amico a giocare on line di notte alla Play Station e ha inviato dei messaggi telefonici a Roberta per chiederle come stava e dove si trovasse.

“Cercare eventuali complici”

I legali hanno chiesto alla Corte di trasmettere gli atti alla Procura affinché si continui a indagare sulla eventuale presenza di complici che potrebbero avere aiutato il giovane a fare sparire il corpo. Una circostanza che emergerebbe dal fatto che all’indomani, quando Morreale accompagnò i carabinieri, non riconobbe subito il luogo dove si trovava il cadavere.

E poi c’è il giallo di una sciarpa consegnata alla madre di Roberta, ma che in realtà, secondo i legali, apparterebbe ad un parente dell’imputato. Era stata ritrovata a Monte Rotondo, dove c’era il corpo della ragazza. In alcuni passaggi del suo esame, Morreale ha parlato al plurale. Si è confuso oppure davvero ha avuto dei complici?

“Merita l’ergastolo”

La parte civile ha concluso spiegando che Morreale meriterebbe l’ergastolo già per il solo fatto di avere ucciso una ragazza con la quale aveva un legame affettivo. Il processo è stato paragonato a quello celebrato a Messina che si è chiuso con la condanna al carcere a vita per Antonio De Pace, il 29 enne infermiere calabrese, che avrebbe ucciso la fidanzata Lorena Quaranta, a Furci Siculo nel Messinese.


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