Cara dottoressa Saguto | con la giustizia ci vuole fortuna

di

01 Marzo 2019, 17:50

4 min di lettura

Gentile dottoressa Saguto,

Ho letto alcune sue dichiarazioni rese davanti alla Corte d’appello di Caltanissetta e mi ha colpito un passaggio nel quale lei diceva: “trovate le prove per condannarmi”. Non saranno parole sue. Sarà una sintesi giornalistica del principio che la prova della colpevolezza deve naturalmente darla l’accusa, concetto che lei avrà certamente espresso con termini propri e corretti e poi sarà stato invece offerto ai lettori con quella semplificazione.

So bene che il problema non sta nella forma della semplificazione ma nella sostanza del principio. Mi spiace però metterla al corrente che purtroppo non sempre funziona così. Comprendo, badi bene, che la sua è una legittima e sacrosanta richiesta e sono certo che il Collegio che la sta giudicando non ha bisogno di averlo ricordato. Ne ha certamente piena consapevolezza.

Comprendo anche che non c’è bisogno neppure che io sottolinei a lei che ha fatto il magistrato quante volte è purtroppo capitato che la prova non c’era ma questo non è servito a salvare il povero malcapitato. Forse persino a lei può esser successo che il quadro probatorio non fosse così evidente e magari il provvedimento di sequestro è stato emesso ugualmente.

Per carità, capisco che quello è un contesto diverso, dove forse l’urgenza del provvedimento può portare a subire qualche pressione psicologica e quindi anche a commettere qualche erroruccio. Mi rendo conto quindi che il terreno della prova, specie quello del travisamento della prova, è davvero scivoloso. Forse è per questo che all’esito della prova la colpevolezza deve apparire al giudice oltre ogni ragionevole dubbio.

Posso dirle? Neppure questo talvolta è sufficiente. Non vorrei farla preoccupare ma questo meraviglioso principio vale solo se sei fortunato e trovi un giudice bravo e serio. Io per esempio in una vicenda che mi ha riguardato non sono stato fortunato.

Non ne voglio fare una questione personale ma le racconto questa storia solo perché, lei ricorderà, io ero stato comandato all’agenzia dei beni confiscati e lei si indignò molto per il fatto che uno che era sotto processo potesse “maneggiare” fascicoli così delicati.

Articoli Correlati

Le devo confessare che io sono un po’ naïf e non sono mai riuscito a comprendere come mai si fosse scatenato tutto quel putiferio. In fondo, pensavo, la richiesta di comando era stata fatta dal Prefetto Caruso che durante la mia sindacatura era stato prima Questore di Palermo e poi anche Prefetto. Mi dicevo, vuoi che Caruso non sappia con chi ha a che fare? Nella mia ingenuità, mi chiedevo, vuoi che Caruso, da grande investigatore quale è sempre stato, non conosca vita, morte e miracoli della mia esistenza? Ho sempre avuto grande stima di Caruso e proprio per non causargli alcun disagio rinunciai al comando e mi tolsi immediatamente dai piedi. La mia condanna porterebbe a ritenere che la sua indignazione di allora fosse giustificata.

La cattiva notizia è che sono innocente e completamente estraneo ad ogni concorso all’assenteismo dell’imputato principale che mi causò la condanna per concorso morale. Non glielo dico perché le possa importare qualcosa ma purtroppo ho da darle un’altra cattiva notizia: nel processo su questo mio presunto concorso non c’è uno straccio di prova. La ragione di questo concorso risiedeva su un rapporto di collaborazione che questo tizio aveva con me.

Depositammo la busta paga, il libro Inail ed il foglio elettronico delle presenze dell’azienda dove era impiegato e provammo che quando era con me era in ferie. Non servì a nulla. Nella sentenza l’estensore scrisse che a nulla rilevava la nostra produzione difensiva che riguardava soltanto le comunicazioni effettuate dall’azienda all’Inail (sic!) ma non certamente la reale situazione dell’imputato. Io ancora oggi mi chiedo come si possa affermare in presenza della busta paga che la produzione difensiva riguardava soltanto le comunicazioni effettuate dall’azienda all’Inail e mi chiedo anche, per quello che atteneva alla mia posizione, quale era la reale situazione dell’imputato se non quella che risultava dalla busta paga. Naturalmente questa è soltanto una delle numerose e gravi mancanze nel processo sul travisamento della prova.

Io su questa vicenda in questi anni non ho mai detto una sola parola nonostante ho considerato questa condanna una violenza e una profonda lacerazione per me e la mia famiglia. Le sue parole mi hanno indotto a fare qualche collegamento e pure qualche amara considerazione. Non vorrei scoraggiarla però, ho subito altri nove processi e ho trovato giudici bravi e seri e nonostante la sofferenza dei processi sono stato alla fine assolto nel merito con formula piena.

Allora sono stato fortunato? Certo, nove su dieci se fosse un test di intelligenza sarebbe un buon risultato ma trattandosi di processi nei quali non avevo fatto niente di niente questa vicenda continua a pesarmi assai. Un mio amico continua a sostenere che sono stato fortunato perché se non fossi stato assolto in appello dall’abuso di ufficio oggi sarei in galera. Ma io non ho commesso alcun abuso d’ufficio, replicai. Si, ma se fossi stato condannato saresti in galera.

Aveva ragione. È proprio così!!

Buona fortuna.

Pubblicato il

01 Marzo 2019, 17:50

Condividi sui social