Cara Lucia, liberaci dal malinteso

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29 Giugno 2015, 05:00

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Le dimissioni di Nino Caleca sono il gesto responsabile di un uomo che non abbandona la barca che affonda, semplicemente perché è già affondata. L’ex assessore del governo Crocetta ha salutato incarico e presidente con una lettera sprezzante, nella sua impeccabile cortesia: “Continuo a sognare una politica nuova, pulita e trasparente per la Sicilia, non ci rinuncio. Avverto un totale senso di estraneità di fronte a incomprensibili ritorni al passato. Le mie dimissioni sono irrevocabili e con effetto immediato. Presidente, ti voglio bene”. Non inganni l’affettuosità del congedo che è un grido disperato. Un appello a colui che non ascolta e procede nell’assoluta cecità.

Ecco la domanda cruciale: perché la dignità di Caleca non è contagiosa? Perché i rimanenti assessori non lasciano questa barca governativa inabissata che a nulla serve se non a peggiorare la necrotizzata immagine della nostra terra? Le prove del delitto perfetto sono fin troppo visibili, né era necessario un grande avvocato penalista per accorgersene. E ci siamo stancati di elencare le mistificazioni del governo Crocetta. Tutti sanno di cosa si parla.

Perché, allora, gli ottimati siciliani aggregati alla giunta non cedono il passo? Perché tu, Lucia, sei ancora al tuo posto? Perché accetti di fare la foglia di fico della vacuità al cubo? Perché permetti che il cognome ‘Borsellino’ stia accanto al cognome ‘Crocetta’?

Cara Lucia, per gli altri è diverso. Sono persone che provengono da storie differenti, alcune pure importanti, da curriculum normali. Sono esponenti di professioni, derivati delle segreterie partitiche, vecchie lenze di vecchissime risacche filo-governative. Ma nessuno di loro ha conosciuto il dolore come l’hai sperimentato tu. Nessuno di loro ha dovuto raccogliere i frammenti di un genitore, nelle modalità che sono toccate a te, sotto il ferro e il fuoco di via D’Amelio. E ci vuole coraggio. Loro difendono soltanto se stessi e a questa difesa stanno dando il prezzo che ritengono giusto. Tu, invece, sei molto di più. Tu rappresenti l’amore per un padre che è diventato il padre di tutti gli uomini onesti. Tu sei lo specchio di un sentimento nobile e bellissimo. Tu sei il bersaglio del nostro affetto, di un sentimento di solidarietà che mai abbiamo smesso di provare per te, anche quando ti abbiamo ferocemente criticato, credendo che fosse un dovere dell’amicizia farlo. Ti chiami Lucia Borsellino. Che ci fai ancora nella palude delle incongruenze, lì dove vi ha trascinato Saro?

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 Sappiamo la risposta e ne rispettiamo la buonafede. Hai tentato di fare bene il tuo lavoro e, a nostro sommesso parere, non ci sei riuscita: troppi sono stati gli inciampi della tua gestione della Sanità. Hai sperato, però. Che l’acqua si trasformasse in vino. Che una sgangherata esperienza di governo componesse il quadro inverosimile di una rivoluzione annunciata. E che questa rivoluzione fosse esigibile, che non dipingesse il ritratto di una impostura col pennacchio dell’antimafia. L’inganno è stato svelato. A Palazzo d’Orleans e dintorni regna un sistema di potere cieco e ostinato. I siciliani aspettano soltanto di esserne liberati, di archiviare il ‘caso Crocetta’ come una delle tragedie di Sicilia, se ci sarà un futuro per sistemare gli archivi.

Cara Lucia, non ci sono più scuse. Non c’è più un motivo valido per soffrire ancora. Perciò ti chiediamo di dimetterti, di sgombrare il campo da illazioni e malintesi. Liberaci tu con l’unica rivoluzione possibile. Liberaci dall’imbarazzo di dovere pronunciare, domani, il tuo cognome venerato e il nome di Paolo Borsellino, pensando a Rosario Crocetta da Gela.

 

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29 Giugno 2015, 05:00

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