Carissima Santuzza…

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15 Luglio 2011, 01:15

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Carissima Santuzza, cominciamo da una confessione: questa foto è un trucco. Non immortala il Festino contemporaneo in tono minore. E’ una scaglia di luce del passato. Perdonaci, non abbiamo resistito allo sfolgorio del tempo che fu. Carissima Rosalia, il tempo che fu è la condanna di Palermo, perché è sempre migliore. O meno peggio. Un anno fa non stavamo bene, ma non eravamo nemmeno in fase terminale. Oggi siamo in fase terminale, ma non disperiamo. Siamo bravissimi ad abbassare l’asticella fino a scavare.

Fa caldo, Santuzza. Eppure qualcuno è sceso sul Cassaro per te, a scoprire il carro di basso profilo dell’anno di disgrazia 2011. Sono i miracoli a rovescio che tanto piacciono a noi palermitani: ti amiamo per due giorni all’anno. E ti scordiamo per sempre.

Una volta, la notte del 14 luglio era uno specchio gigantesco. Ognuno ci vedeva dentro il riflesso della città che avrebbe voluto. In una sperduta epoca d’oro, il sogno e il manufatto creato da una stagione di speranza sembrarono vicini. Durò un secondo. Poi l’immagine e la pietra delle cose vere si allontanarono, legate da un filo di desiderio. La corda esile, infine, si è spezzata. Il Festino non offre più riflessi magici. Riverbera macerie che non portano ali negli occhi. Volete la diagnosi sommaria del cancro di Palermo? E’ nell’incapacità di addomentarsi con la voglia di risvegliarsi meno orrenda.

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Il male non è piovuto dal cielo tutto insieme. Non è il figlio di un’ora. E’ stato inoculato, blandito e coltivato da scrupolosi untori. E’ frutto di una atroce amministrazione che ha diserbato la dignità e al suo posto ha seminato la zizzania dello scoraggiamento. La catastrofe della comunità è un evento preparato con cura dalla sua classe dirigente e dal suo popolo, dal suo cervello e dal suo ventre. Un capolavoro di nefandezza.

Carissima Santuzza, nel momento in cui la sera diventa notte, sentiamo che le anime morte di Palermo sono le uniche persone vive. Solo la memoria c’è rimasta. Chissà, magari questo Festino umile e dimesso è stato a suo modo un sorso di bellezza con i suoi paramenti nudi e i suoi fuochi da borgata di periferia. Un monito per ricordarci che la vera bellezza non sta nello sfarzo degli occhi. Bisogna cercarla più in basso. Tra le cicatrici del cuore.

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15 Luglio 2011, 01:15

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