Cassa integrazione, lo studio Cgil sulla Sicilia che soffre: come ripartire?

Cassa integrazione, lo studio Cgil sulla Sicilia che soffre

Quanto lavoro è andato perso? Come stanno vivendo le famiglie? La ricerca e le proposte del sindacato
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PALERMO – Nella Sicilia martoriata dal Covid, molti dubbi degli ultimi mesi avevano al centro gli ammortizzatori sociali. Quanto lavoro è andato perduto nel 2020? Quali somme vengono a mancare nelle tasche delle famiglie? Che impatto hanno avuto i ristori? La Cgil Sicilia ha scelto di addentrarsi nell’argomento commissionando un’indagine al Centro studi nazionale Lavoro e Welfare, per darsi queste risposte in ambito siciliano. Il primo step, secondo la sigla, di un percorso che porterà a lanciare una vertenza per la ripresa dell’occupazione nell’Isola. Lo studio è stato presentato in conferenza stampa telematica dal segretario generale della Cgil Sicilia, Alfio Mannino, assieme alla componente di segreteria Monica Genovese e al presidente del centro studi, Cesare Damiano.

Fra le maglie della cassa integrazione in Sicilia

A illustrare alcuni dati impietosi emersi dallo studio è Monica Genovese. Il primo riguarda il numero di ore di ammortizzatori sociali autorizzate, ovvero quelle prenotate dalle aziende e approvate dall’Inps: in tutta Italia nel 2020 sono state 4 miliardi 329 milioni, suddivise tra fondi di integrazione salariale, cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. L’incremento è del 1.467% rispetto al 2019. E la Sicilia non fa eccezione, confermando la tendenza coi suoi 140 milioni 397 mila ore autorizzate: il dato si traduce in un incremento del 1.306% in confronto al 2019, quando le ore in questione erano state quasi 10 milioni. Lo studio approfondisce anche la natura delle causali che hanno riguardato il ricorso alla cassa integrazione straordinaria da parte delle aziende che l’hanno richiesta, 72 in tutto. Di queste, 17 lo hanno fatto per “crisi aziendale”, 19 per “riorganizzazione”, 25 per “contratti in solidarietà”, 3 per “cessazione dell’attività”, 2 per “Covid” e 6 per “amministrazione controllata”.

I numeri del lavoro perduto

Altro focus che restituisce dati tragici è quello sui lavoratori fuori produzione. Nel 2020 in Italia se ne contano oltre due milioni, per un totale di 526 milioni di giornate lavorative andate in fumo. La dimensione Siciliana si attesta sugli oltre 67 mila lavoratori, circa il 10 per cento del settore privato, per un totale di oltre 17 milioni di giornate lavorative perse. Anche qui ci sono delle distinzioni sull’ammortizzazione sociale: per 4.500 lavoratori si tratta della cigs, per oltre 19 mila della cigo, 20.500 sono in cassa integrazione ordinaria e il resto usufruisce dei fondi di integrazione. Cifre alte e preoccupanti anche per quanto concerne i fondi di solidarietà bilaterale o fsba: nell’artigianato, le aziende siciliane hanno presentato istanza per 28.700 lavoratori e al momento delle rilevazioni si registrano oltre 94 milioni di euro in ammortizzatori. Riguardo ai lavoratori atipici, in Sicilia se ne stimano circa 2.000.

La batosta per le famiglie

Un’evidenza che può essere ‘toccata con mano’ dai lavoratori colpiti dalla crisi è la perdita in termini di reddito annuo: nelle loro tasche vengono a mancare circa 5.900 euro al netto delle tasse, che ammontano a 398 milioni di euro netti persi complessivamente dai destinatari della cassa integrazione. A fronte di numeri di tale portata, non c’è da stupirsi se si guarda alla quantità di risorse stanziate in merito nel 2020: i vari decreti del governo Conte, fa presente Genovese, hanno pesato per 44 miliardi di euro dei quali 30 per gli ammortizzatori sociali e 14 per i lavoratori esclusi da questo sistema. In Sicilia si parla di 1 miliardo 179 milioni, a cui aggiungere i decreti per fsba che hanno superato i due miliardi.

Il progetto della Cgil

“Questo percorso non serve soltanto per monitorare il mercato del lavoro e gli effetti della pandemia – avvisa Alfio Mannino, segretario generale della Cgil Sicila – ma proveremo a delineare un progetto che attiene alle politiche attive del lavoro, per capire quali tipi di ammortizzatore sociale dobbiamo attivare nella nostra regione se vogliamo dare una risposta alla crisi. In Sicilia sono usciti dalla produzione qualcosa come 67 mila lavoratori: può sembrare poca cosa… Ma se teniamo conto che i lavoratori privati in Sicilia sono poco più di 720 mila, significa che l’8 per cento è fuori dal circuito produttivo. Nel caso in cui dovessero cessare a marzo la cassa integrazione e il blocco licenziamenti, rischiamo sul serio”. Per questo secondo Mannino “qui non c’è in discussione solo la tenuta sociale, ma anche quella democratica”.

Il segretario si sofferma anche sulla perdita annua di 5.900 euro per i lavoratori in ammortizzatore sociale, e non solo. “Non possiamo continuare ad accettare questa condizione – dice – e allora oltre a fornire i dati ci permettiamo di avanzare alcune proposte: innanzitutto rivendichiamo al governo la necessità di prorogare la cassa integrazione almeno fino alla fine dello stato d’emergenza, così come il blocco dei licenziamenti. Ma a nessuno sfugge che i provvedimenti non possano durare sine die, infatti già chiediamo di discutere gli ammortizzatori sociali per il prossimo futuro. Così come, quando cesseranno cig e blocco licenziamenti, avremo tante aziende che avranno la necessità di procedere alla ristrutturazione aziendale. Ecco, non parliamo sempre e solo di licenziamenti. Utilizziamo i contratti di solidarietà.

Il capitolo Regione

Alla governo regionale, invece, Mannino tira le orecchie principalmente sulla formazione: “Abbiamo centinaia di migliaia di euro non spesi in questo settore. A fronte di oltre 190 milioni, ne risultano certificati circa 11. Sappiamo che gli altri ci sono, quindi chiediamo di incentivare la formazione di chi è in cassa integrazione per aumentarne l’occupabilità e per non comportargli altra perdita di reddito. Perdere 450 euro al mese, per ogni famiglia, significa determinarne l’impoverimento. Mettiamo in campo un processo di riforma della formazione – esorta Alfio Mannino – ma con una forte gestione pubblica. Lasciare la formazione alle singole aziende rischia di determinare un risultato non soddisfacente, trattandosi di aziende in media molto piccole che difficilmente riuscirebbero a dare una risposta in termini di riqualificazione”.

“Stiamo tornando alla normalità? Non pare”

Fatti alla mano, insomma, per la Cgil e il Centro studi nazionale Lavoro e Welfare c’è poco da cullarsi. Lo spiega la guida del centro, Cesare Damiano: “Per capire la crisi basterebbe il dato nazionale degli oltre 4 miliardi di ore di ammortizzatori autorizzate dall’Inps. Ma fornisco un altro dato: per la grande crisi del 2008 si toccò il picco di ore nel 2010, un miliardo 200 milioni. Oggi siamo a 3,5 volte tanto. Nei primi tre mesi del 2020 viaggiavamo a 22 milioni di ore autorizzate al mese; poi siamo passati a 850-70 ad aprile e maggio; a dicembre sono 300 milioni. Rispetto a inizio anno è più di dieci volte tanto. Stiamo tornando alla normalità? A me non pare – si risponde Damiano –. E guai a noi se il governo non volesse continuare su questa strada: calcoliamo dai 600 mila al milione di posti di lavoro in ballo”.


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