Catania, mafia, l'autosalone che "riciclava" i soldi dei Santapaola

Mafia, l’autosalone che “riciclava” i soldi dei Santapaola

Dall'operazione Sangue Blu emergerebbe la storia di un'attività già al centro di indagini.
LE CARTE DELL'INCHIESTA
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CATANIA – Tra i luoghi in cui il clan Santapaola avrebbe ripulito il proprio denaro ci sarebbe stato anche un salone d’auto. E’ quello che emerge dalle carte del blitz Sangue Blu, che ha portato in carcere 35 persone nell’ultima settimana di settembre. La Citymotor di San Gregorio sarebbe stata intestata a un “prestanome” ma riconducibile formalmente a Michele Monaco, già indagato in passato, che aveva relazioni con Francesco Napoli, il reggente provinciale dei Santapaola.

Il salone

La storia della Citymotor entra nelle cronache giudiziarie già nel 2011, quando si chiamava Citycar. Dietro il concessionario multimarca c’era Michele Monaco, che sarebbe stato indicato da diversi pentiti come uomo con stretti legami con il clan Ferrera, che in seguito venne assorbito dai Santapaola. Qualcuno, nel clan dei Laudani, aveva provato a chiedere il pizzo proprio a Monaco, ma a quel punto uno dei fratelli Ferrera era intervenuto per dire, racconta il pentito Giuseppe Laudani, “che si trattava di un’attività economica di loro esclusiva spettanza”.

È un altro pentito, questa volta del clan Santapaola, a precisare in che modo si svolgessero i rapporti di Monaco con i Ferrera. Dice Eugenio Sturiale, durante un interrogatorio in cui gli mostrano una foto: “Riconosco Michele Monaco, terminale dei soldi dei Ferrera”. Sturiale poi precisa le gerarchie criminali all’interno di Cosa Nostra catanese, e in che modo si svolgesse il ruolo finanziario di Monaco: “I Ferrera non hanno voce in capitolo per questioni associativo-mafiose, ma continuano a occuparsi di traffici connessi agli stupefacenti. Il Monaco, quindi, ricicla il denaro dei Ferrera”.

I soldi della mafia e gli “utili”

Le notizie più recenti sull’autosalone arrivano però da Salvatore Scavone, che nel febbraio 2022 conferma che, scrive il Gip, “nonostante il tempo trascorso Monaco fosse ancora un soggetto a disposizione del clan per investire e riciclare il denaro provento di illeciti, tramite la sua concessionaria”. In particolare, racconta Scavone, “Monaco riceve somme di provenienza illecita con l’accordo di farli fruttare, restituendo il capitale e un utile, in genere rappresentato da uno o più veicoli”.

Il cambio di nome e chi comanda

Tutti i pentiti si sarebbero riferiti all’autosalone come Citycar, anche se il suo nome è in realtà Citymotor. Questo perché nel 2009 Michele Monaco cambia nome alla società e con una serie di passaggi di quote societarie la intesta a suo cognato, Antonio Tudisco.

Secondo gli investigatori, però, il vero “principale” della ditta sarebbe ancora Michele Monaco, che l’avrebbe gestita come vuole, e da cui sarebbe dipesa ogni azione. In più occasioni questo aspetto è ribadito proprio da Tudisco, che al telefono dice “Sembra che io e Giusy [la compagna di Monaco ndr] siamo quelli che decidiamo un po’ tutto, ma c’è uno che di mette in riga sia a me che a lei. C’è uno che lavora dietro le quinte, che è Michele”.

Monaco ha un controllo talmente capillare che Tudisco non è autonomo neanche sui pagamenti di qualche straordinario. In una telefonata Tudisco chiama Monaco: “Cinque ore di differenza, si può fare?” chiede, e Monaco dà il via libera: “E dagliele vai!”. Ancora, in altre intercettazioni ci sono persone che chiedono a Monaco, e non a Tudisco, di poter lavorare nella Citymotor: “Non mi puoi aiutare a entrare nel tuo regno?” chiede un certo Emanuele a Monaco, che dato il periodo, in piena pandemia Covid, risponde “Per ora non ti posso fare lavorare, fratello”.

I contatti con Napoli

La ricostruzione degli investigatori a questo punto collega Monaco direttamente a Napoli, reputato il reggente provinciale dei Santapaola. Francesco Ferrera parla al cugino Francesco Napoli: “Ho guardato al mio cassetto delle finanze e l’ho visto depresso, ti volevo dire: passaci anche apposta da Testa di Telefunken”.

Ancora pochi giorni dopo i due cugini parlano di soldi consegnati da Monaco, e Ferrera chiede spiegazioni a Napoli: “Mi ha portato una gamba [mille euro ndr] che vuol dire?” E Napoli: “Ho fatto un accordo con lui, che a me mi paga fra due mesi, gli devo pagare gli interessi e lui di dà questi e l’altra rimanenza ti dà la macchina”.

Da questa e da altre conversazioni gli investigatori hanno concluso, scrive il Gip, che “le dichiarazioni di Salvatore Scavone, che ha parlato di Monaco come di un soggetto a disposizione del clan Santapaola per investire il denaro illecito, hanno trovato riscontro nel contenuto delle intercettazioni, che hanno fornito prova di come anche il Ferrara ed il Napoli abbiano usufruito della disponibilità del Monaco, ricevendo periodiche somme di denaro a titolo non meglio specificato”.


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