Cuffaro prima e dopo il carcere | Totò che visse due volte

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12 Dicembre 2015, 06:00

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C’era due volte Totò Cuffaro. C’era il politico che, con felpata durezza, comandava in lungo e in largo, ghigliottinato dalla condanna per un’accusa imperdonabile. C’era il recluso del carcere romano di Rebibbia che ha abbracciato la sua pena di prigioniero tra le sbarre, spiccando il volo verso la redenzione. Ora, il secondo torna a casa, consegnando la matricola da detenuto al passato. Come accadde per le lucciole di Pasolini, questa storia si racconta con uno spartiacque preciso, al sapore di cannolo.

C’era Totò Cuffaro che chiamavano universalmente ‘Vasa vasa’, per via della sua capacità stoica di incollarsi alle guance degli elettori. Non regnava, suggeriva preghiere che era saggio ascoltare. Non alzava la voce, sussurrava consigli. Si muoveva in uno scintillio di seguaci, come ogni reuccio siciliano che si rispetti, ma da primo della classe. Al suo passaggio, secerneva una tela inesorabile per acchiappare voti. Nessuno poteva esimersi dal baciare Totò, quando reggeva il potere; nessuno poteva batterlo, ne sanno qualcosa Leoluca Orlando e Rita Borsellino che videro le loro aspettative ridursi in cenere, nella corsa per Palazzo d’Orleans. “Con Totò Cuffaro – ha scritto Pietrangelo Buttafuoco – la Sicilia era quello che era: l’ultima ridotta democristiana. Con il suo successore poi, quello di Grammichele, eletto nella coalizione berlusconiana (per farsi smacchiare in corso d’opera dall’onnipotente capo della sinistra antimafia, ossia il professionista Beppe Lumia), la Sicilia divenne quel che è ancora oggi: la fogna del potere. Con Rosario Crocetta, infine, eletto nell’alleanza a guida Pd, la Sicilia è solo impostura”.

Ecco la descrizione di un legame che non ha mai conosciuto tentennamenti: Totò-Salvatore, moderato, saldo detentore di preferenze, accessibile interlocutore di chicchessia – capace di non scordare mai nulla, né un nome, né un volto –, il governatore della porta accanto: praticamente invincibile. Nemmeno la frequentazione di certi ambienti in cui consenso e clientele si incrociano ne scalfiva il santino. Neppure un celebre incidente di percorso al cospetto di Maurizio Costanzo – quando un allora ignoto siciliano, dall’accento raffadalese, si alzò per dire quello che pensava, dalla platea, come lo pensava – ne offuscò la stella. E sul palco c’era il giudice Giovanni Falcone.

Infine, un incauto vassoio di cannoli affondò il fuoriclasse in apparenza intoccabile nel gennaio del 2008. Il notissimo scatto col presidente che ‘festeggia’ la condanna per favoreggiamento semplice in primo grado, pasteggiando a ricotta, non venne perdonato. E fu l’immagine, più che la giurisprudenza, a sospingere la pietruzza che sarebbe diventata valanga. Da lì, dalla presunta cannolata di ringraziamento – l’interessato ha sempre smentito: “Tutti sanno che non stavo festeggiando. Non ero certo un fesso”.  – ebbe inizio il crollo di un potere che aveva fatto del sorriso l’arte smussata di ogni superbia, l’approdo mascherato di ogni arroganza.

Non gli perdonarono, insomma, lo sberleffo che non c’era, perché strideva col ritratto conosciuto. Caddero le inevitabili dimissioni. Il macigno della condanna per favoreggiamento alla mafia – l’accusa imperdonabile – fece il resto. Sulle carte piovve il timbro della Cassazione, il 22 gennaio del 2011, con il successivo ingresso a Rebibbia. Fine della prima parte della storia.

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C’era due volte Totò Cuffaro. C’era una volta il detenuto matricola 87833 Salvatore Cuffaro – nessuno aveva più il coraggio di chiamarlo Totò – autore di libri bellissimi, di lettere d’amore, sempre rispettose di una giustizia, pur considerata ingiusta. “Hanno voluto e pensato di mandarmi all’inferno, io ho accettato di andarci e ci sono entrato senza che nessuno mi venisse a prendere: la Giustizia me lo ha chiesto, ma non mi sento all’inferno. Io sto vivendo il carcere, anche se con difficoltà inumane, nell’inferno non si vive, si brucia (…). Ho scoperto il mio giardino interiore. Ora comprendo che cosa provano gli uccelli quando vengono raggiunti e colpiti dagli spari del cacciatore, comprendo il piangere degli alberi abbattuti dal fulmine o tagliati dal boscaiolo. Scrivo per conservare l’uomo che sono, per difenderlo. Scrivo per segnare ciò che mi accomuna a tutti quelli che sono qui con me, che sono in posti come questo dove sono io. Scrivo mentre intanto il carcere accorcia il mio respiro. Scrivo e riprendo i pensieri che, altrimenti, condannati a rimanere sconosciuti, si perderebbero per sempre”.

Anche dietro le sbarre si può rintracciare un orizzonte di salvezza, fabbricando un aquilone, per esempio (“Io fuggo sull’Aquilone, l’Aquilone è la mia fuga. Io sull’Aquilone, nocchiero del cielo”). E diventare segnali luminosi di ombre altrimenti destinate al silenzio, alla catena dei pensieri, dei sentimenti. In carcere, Totò si è ristretto, smagrendosi; ha perso i chili delle vestigia trascorse, ha condiviso l’anima con i compagni di prigionia e l’ha mostrata a coloro che stavano fuori. Molti che non l’avevano mai apprezzato né votato, che delimitavano nel perimetro del disgusto le schiere osannanti dei clientes, si sono trovati, quasi senza volerlo, dalla parte dell’ex reuccio, della sua innocenza proclamata, della sua colpa lavata dal dolore e dalla dignità. Ecco il vero miracolo di Rebibbia.

C’era due volte Totò Cuffaro. Uno era il simbolo di un potere vorace, di baci schioccati da troppi Giuda, di sicilianissime paludi. L’altro era un recluso che in cella ha scoperto la sua redenzione. Ora si racconta un’altra storia: quella di un uomo libero che si è guadagnato il diritto di ricominciare.

 

 

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12 Dicembre 2015, 06:00

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