Chiediamo perdono | al piccolo Dario

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10 Aprile 2012, 21:47

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Cosa è veramente difficile in una città che non ama i bambini? Immaginare che si possa morire come bambini, rincorrendo un pallone. Palermo non accoglie i piccoli, li bracca, li rinchiude in ghetti, regala asfittici campetti improvvisati dietro cardi spinosi e siepi di concertina. Se non vediamo i bambini. Se non ascoltiamo il loro respiro. Se non sappiamo abbassarci alla loro immensa altezza. Se quotidianamente festeggiamo lo scempio dell’innocenza, perché dovremmo accorgerci della morte di un bambino? E quando tragicamente accade, come è successo a Dario Rizzo, il bimbo di dieci anni del Villaggio Rosalia, restiamo colti di sorpresa. Ci rendiamo conto dell’esistenza dell’infanzia, in sua assenza. Ci prende il rimorso. E’ il destino degli abitanti di Hamelin, di una favola che narra di pifferai magici e altre fantasticherie. Si va a sbattere contro la ricchezza dell’età minuta, solo quando si spalanca una grotta nera per inghiottirla.

La morte ha suonato il suo piffero bastardo in un quartiere periferico. E abbiamo conosciuto la vita di Dario, quando già non c’era. Centomila volte abbiamo visto altri Dario tentare la sorte a gomitate per scavare un cunicolo da talpa nella marmorea cecità dei grandi. Ci siamo limitati ad alzare le spalle.

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Ecco perché, partendo da un normale riflesso medico, ci siamo pure permessi di insinuare, senza troppe cautele – in barba alla delicatezza che perfino una tremenda verità avrebbe richiesto – la storia delle droghe, degli anabolizzanti e dell’origine sporca di un dolore che appare limpido e rettilineo, secondo l’autopsia. L’incertezza, orientata verso qualunque rotta, consiglierebbe sempre il dubbio, il rispetto e la continenza. Meglio addirittura l’omertà.
Desideravamo che quel corpicino di bimbo somigliasse al cadavere di un adulto, all’epilogo di un errore. Se i bambini non vivono, come moriranno? Abbiamo usato la tecnica che rende i giornalisti creature con cui non prendere nemmeno un caffé: il non dire, il non chiarire, il sussurrare, il sospetto, il forse che…

Ora sappiamo che un bambino non c’è più. Se non c’è più significa che c’era, che è stato felice. Un padre e una madre straziati hanno ricevuto un supplemento di condanna dalle nostre penne eleganti. Non importa chi abbia scritto che. Certi peccati appartengono a tutti, anche a chi non li ha commessi, se la categoria dei giornalisti conserva una dignità comune. Non basta nemmeno porgere le scuse. Noi ci inginocchiamo davanti a un bambino, davanti alle lacrime dell’amore che lo ha protetto finché ha potuto. Chiediamo ciò che non concediamo mai. Il perdono.

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10 Aprile 2012, 21:47

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