Bugiardo o uomo chiave? |In aula torna Ciancimino jr

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03 Febbraio 2016, 06:00

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PALERMO – E venne il giorno della madre di tutte le udienze. Il giorno della testimonianza al processo Trattativa di Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito domani – e per una manciata di udienze – si presenterà in aula nella doppia veste. Innanzitutto, di imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Poi, nella qualità di testimone chiave del processo.

L’imputato ha la facoltà di non rispondere alle domande. Non accadrà, c’è da giurarci. Ciancimino non perderà la ghiotta occasione di riprendersi la scena, di tentare la riconquista delle prime pagine dei giornali da cui è sparito da un po’. Ci dirà che vuole contribuire, come ha sempre fatto, a ricostruire la verità. E i pm Teresi, Di Matteo, Tartaglia e Del Bene si giocheranno una delle carte principali della loro ricostruzione, che forse è anche l’ultima a disposizione per riaccendere pure l’interesse mediatico sul processo.

E una carta sbiadita, però. Perché Ciamcimino jr non è più una “quasi icona antimafia”, come l’aveva definita Antonio Ingroia, il padre del processo trattativa. Doveva avere subodorato qualcosa l’ex pm decidendo di aggiungere quel “quasi” alle sue parole. Certo non poteva immaginare che un giorno sarebbe stato lui stesso il protagonista di una delle bufale di Ciancimino quando, parlando con un commercialista indagato a Reggio Calabria, disse che “negli uffici della Procura di Palermo io faccio quel che voglio”, sostenendo di avere armeggiato nel computer di Ingroia in assenza del magistrato.

Eppure a lungo Ciancimino è stato per tutti, o quasi, l’uomo della verità. Un uomo da scortare e abbracciare come fece Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in uno scatto divenuto un’immaginetta sacra per i militanti dell’antimafia. Mentre a Caltanissetta le sue dichiarazioni a rate erano mal digerite e ancor meno tollerate, a Palermo venivano benedette e accettate per puntellare l’accusa. Ciancimino j era ed è il teste privilegiato visto il suo stretto rapporto col padre Vito, protagonista primario del presunto patto Stato-mafia. Le cose oggi sono cambiate. Ciancimino jr è imputato a Caltanissetta per calunnia. È un’ipotesi per carità – il principio di non colpevolezza vale per tutti gli imputati – ma secondo i pm nisseni, avrebbe accusato ingiustamente Gianni De Gennaro quando disse che l’ex capo della polizia aveva veicolato informazioni riservate a Vito Ciancimino tramite il conte Romolo Vaselli, imprenditore edile, considerato un prestanome dell’ex sindaco mafioso di Palermo.

E avrebbe pure ”incolpato, sapendolo innocente”, Lorenzo Narracci, uomo dei servizi segreti, descritto da Ciancimino jr al centro delle relazioni fra il padre, Bernardo Provenzano e altri prezzi grossi di Cosa nostra. È la torbida storia in cui nei racconti del figlio di don Vito ha fatto capolino il fantomatico signor Franco o Carlo, figura ormai entrata nella mitologia dell’antimafia. L’uomo dei misteri che, all’occorrenza si materializza, nei racconti del supertestimone. Come quando disse che era stato il signor Franco a fargli avere un passaporto grazie a chissà quale sporco aggancio alla questura di Roma. In verità si scoprì che c’era davvero di mezzo un tale Franco. Non l’ uomo misterioso e deviatissimo come i Servizi, ma un semplice barista dei Parioli che vantava l’amicizia giusta per scavalcare la fila all’ufficio passaporti. Nulla di più.

Non è tutto: avrebbe calunniato pure Rosario Piraino, un altro 007, dicendo che era andato a casa sua a Bologna per tentare di zittirlo ed evitare che continuasse a collaborare con i magistrati palermitani. Non sapeva, però, che c’erano le telecamere piazzate davanti alla sua abitazione. E nelle immagini non c’era traccia della visita di Piraino. Un nuovo colpo alla sua credibilità. Un autogol, come i candelotti di dinamite che fece ritrovare nel giardino di casa, sostenendo di averli ricevuti da un non precisato personaggio a scopo intimidatorio, salvo cambiare versione quando i magistrati scoprirono che si era portato l’esplosivo da Bologna. Colpa della paura, disse per giustificarsi. Oppure, ancora, quando nello sgabuzzino di casa sua, a Palermo, venne fuori il documento, poi risultato taroccato, in cui De Gennaro veniva indicato in un elenco di personaggi delle istituzioni che avrebbero avuto un ruolo nella Trattativa. I periti stabilirono che il nome del poliziotto era stato scritto in epoca successiva alla redazione originaria del manoscritto.

Tutto questo fa parte della storia recente di Massimo Ciancimino, che domani si presenterà in aula nella doppia veste di imputato e teste chiave del processo.

 

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03 Febbraio 2016, 06:00

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