Come un tuono in cerca di pioggia|in un assolato pomeriggio di maggio

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23 Maggio 2009, 09:21

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Quanto piovve quella domenica pomeriggio. L’inverno aveva deciso di mandarla giù di santa ragione. Ma era una tempesta insufficiente: troppe bugie, troppi inganni, troppi malaffari in questa città, che un semplice temporale potesse spazzar via.
Ricordo che per non trascorrere la domenica da soli, io e mia madre andammo a pranzare da alcuni amici che molto gentilmente ci invitarono a casa loro. Avevo 11 anni ma avevo già imparato a familiarizzare con le immagini di lampeggianti blu accesi, auto blindate con i finestrini spessi 6 centimetri, armadi in carne ed ossa chiamati “tutela”. Così, arrivati nel portone, forse per abitudine, forse perchè troppo preso dal mio Lego “d’ordinanza” tra le mani, non notai nulla di diverso dal solito.
Dopo pranzo mi sedetti sul divano, accanto ad un signore che non avevo mai visto prima. Aveva il viso  tondo, i lineamenti dolci e dei baffi brizzolati che conferivano all’immagine quel tocco simpatico, al quale nessun bambino di 11 anni avrebbe mai resistito. Mi guardò e mi chiese se mi fosse piaciuto il pranzo. Ipnotizzato ancora dal mio Lego risposi di sì continuando a giocare. Notai che quell’uomo aveva gli occhi chiusi, forse alla ricerca, in quella tenue oscurità, di un po’ di riposo. Ad un tratto mi disse “Ma non stai fermo un attimo tu”. Rimasi di pietra. Immobile, fermo come un soldatino di piombo. Che figura: avevo rimediato un rimprovero da un signore che non conoscevo, e per di più da una persona con quella faccia simpatica. Il Lego, mio traditore, giaceva dimenticato sul tavolino. Passarono alcuni minuti che sembrarono anni. Non avevo neanche il coraggio di voltarmi a guardarlo. Poi fu lui, intuendo il mio imbarazzo, a prendermi per mano e risollevarmi gentilmente dalla mortificazione in cui ero piombato. Mi diede un colpetto sulla spalla, mi girai ma lui era immobile. Dopo un po’ un altro colpetto, mi voltai nuovamente. Nulla da fare: lui era ancora immobile, ma io cominciavo a sospettare qualcosa. Al terzo colpetto lo “sgamai” e ci mettemmo a ridere tutti e due. Quindi mi domandò della scuola, dei miei amici, mi chiese cosa avrei voluto fare da grande. Mi chiese persino del mio giocattolo di costruzioni. Lui mi parlò del Meccano e “battibeccammo” un po’ quando gli dissi che per me “il Lego era migliore del Meccano”. Lo sapevo che una faccia simpatica come quella non mi avrebbe deluso. Fuori dalla finestra, intanto, il temporale continuava a ricordarci la sua prorompente inutilità, ma per un istante a noi due sembrò non importare. La nostra conversazione finì lì. Dopo pochi minuti mi salutò e andò via. La sera raccontai a mia madre quell’episodio, e quando lei mi disse chi fosse quel signore, l’unica cosa che la mia mente di undicenne, pregna di cartoni animati Disney, mi regalò, fu l’immagine di un falchetto con la toga.
Alcuni mesi dopo, un sabato di maggio, ero a Isola delle Femmine. L’estate era già nell’aria e mio padre aveva deciso di mettere in acqua la nostra barca. Fu mentre il gommone scivolava giù dal carrello che in quel pomeriggio assolato sentii un tuono da pieno inverno. Anzi due. La montagna, infatti, ci rimandò l’onda acustica amplificando così tutta la sua potenza. Alzai lo sguardo e tesi la mano aspettando le gocce di pioggia. Che non arrivarono. Mio padre mi disse di guardare verso il paese. Un fungo nero, alto, denso si era sollevato in lontananza, oltre le case povere dei pescatori di Isola. L’uomo che ci stava aiutando a mettere in acqua la barca fece una battuta: “Che c’è lì? Un’altra villa di Pippo Baudo?”.
Tornammo in città dopo ore passate in mezzo al caos di blocchi stradali, elicotteri, sirene e ambulanze. Il cellulare di mio padre, grosso e pesante come un mattone di terracotta, era isolato dal resto del mondo. Una volta a casa mia madre mi disse quello che era successo. Qualcosa, qualcuno aveva spezzato le ali al “mio” falco con la toga. Due giorni dopo entrai per la prima volta a Palazzo di Giustizia. Tramite un amico, io e mia madre riuscimmo ad entrare lì dove era stata allestita la camera ardente, prima che questa fosse aperta al pubblico. Non avevo mai visto così da vicino una bara prima di allora. Confesso che vederne cinque, allineate l’una all’altra, rivestite dal tricolore fu una gran botta, al di là dei miei 11 anni. Notai che quella del falco, e quella di sua moglie, avevano le toghe poggiate sopra insieme ad un buffo cappello con il pon-pon. Rimasi in silenzio. Immobile. Proprio come feci su quel divano diversi mesi prima. Poi, prima di andar via, volli essere io a prendere per mano il ricordo di quel signore, e riportarlo al mondo colorato di quel pomeriggio d’inverno. Mi avvicinai ad uno di quei grandi libri messi lì accanto per raccogliere le firme, presi la penna, e su uno di essi scrissi: “Ok, il Meccano è meglio del Lego”.

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23 Maggio 2009, 09:21

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