“Cuore di cactus”, amore e spine

di

18 Marzo 2010, 10:50

2 min di lettura

Antonio Calabrò

Articoli Correlati

Antonio Calabrò scrive splendidi libri dell’utopia, ma questo è un suo merito supplementare, mai una colpa. Le sue pagine sono colme di analisi condivisibili, ancorché spietate. Il rimedio, suggerito più che declamato, è efficace. La prosa coinvolge il lettore in una dimensione appassionata di critica e ricostruzione. Accanto alla macerie, brilla sempre la pepita, la scaglia dorata di chi ha affrontato un viaggio esistenziale – dalla Sicilia verso il continente – grazie all’onda emotiva dell’ottimismo, per nulla soffocata dalla spuma e dai marosi di un realismo in servizio permanente effettivo.
La meraviglia è il contorno. Uno si domanda: cose raccontate con tanto nitore come fanno a non diventare la prassi dell’agenda politica – di qualsiasi agenda politica – del quotidiano?  Non c’è bisogno di strimpellare “destra e sinistra” sulle note di Gaber. Non è necessario applicarsi alle sovrastrutture dell’agone parlamentizio. Volete sicuri problemi e possibili soluzioni? Sta tutto nei libri di Calabrò, purosangue di razza del giornalismo, oggi top manager Pirelli. E crediamo che egli avverta un sapore agrodolce di malinconia rispetto alla sua vecchia professione, mai dismessa. Ciò, per fortuna, non gli impedisce di scrivere libri che lasciano un solco di suggestioni intelligenti.

Dunque, anche l’utopia di “Cuore di cactus” (Sellerio), ultima fatica letteraria di Calabrò, pone domande impeccabili che non trovano risposta per il cattivo uso della politica contemporanea, sola responsabile del mancato aggancio tra la parola netta e la chiara, concreta terapia. Chi scrive ha avuto il piacere di intervistare l’autore, in un video che narra a puntino la trama e la filigrana del volume, grazie all’intervistato. Ha avuto la fortuna di osservare i suoi gesti che compongono un libro a parte. E così il racconto verbale della sua migrazione, la cronaca lucida di un figlio di questa terra, cresciuto sulle barricate de “L’Ora”, cresciuto a pane e verità e poi la cronaca di un decollo che infonde rabbia e nostalgia di altri lidi nell’ascoltatore, sono stati sublimati dalla voce, dalle mani e dallo sguardo. Un linguaggio del corpo in cui quel viaggio si è specchiato, svelandone gioie e malinconie. Il tema non cambia, né in “Cuore di cactus”, né altrove. Il tema (uno dei) è la valigia di cartone, dei ragazzi di ieri e dei ragazzi di oggi. E non è difficile sentire la colonna sonora degli addii, dietro treni, facce e aerei. Dietro abbracci e partenze.  Al fin della licenza, il cuore di cactus è una mediazione compiuta di stati d’animo in chiaroscuro. Una sintesi azzeccata di amore e spine.

Pubblicato il

18 Marzo 2010, 10:50

Condividi sui social