Di Giacomo, Nangano e gli altri| Una lunga scia di sangue

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22 Maggio 2017, 18:45

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PALERMO – Una scia di sangue. Sei omicidi in dieci anni. Solo per uno di essi si conoscono i responsabili. Si tratta di mandanti e killer dell’agguato a Nicola Ingarao. Al carcere a vita sono stati condannati i boss di San Lorenzo, Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Andrea Adamo, Francesco Paolo Di Piazza e Vito Mario Palazzolo. Organizzarono ed eseguirono l’omicidio del reggente del mandamento di Porta Nuova, “colpevole” di avere contrastato la scalata dei Lo Piccolo al vertice della Cosa nostra palermitana.

13 giugno 2007
Ingarao fu assassinato in via Pietro Geremia, una stradina del rione Noce. Il commando di attese che uscisse dal commissariato dove era andato a firmare il registro della polizia. Scarcerato da pochi mesi si era ripreso il potere entrando in conflitto con i boss di San Lorenzo. Doveva essere e fu un’eclatante lezione per Nino Rotolo, boss di Pagliarelli, di cui Ingarao era fedele alleato. “Dovevamo intervenire in macchina e poi sparare con i fucili a pompa o dei kalashnikov – raccontò Bonaccorso ai magistrati -. Doveva essere una lezione in grande stile. Poi, considerata anche la zona, i Lo Piccolo preferirono le moto e le pistole”. Bonaccorso riferì anche dei “festeggiamenti” dopo l’omicidio. “Ci siamo visti a casa di Di Piazza dove abbiamo posato le armi – disse -. Eravamo tutti molto contenti. C’erano anche Sandro Lo Piccolo, Vito Palazzolo, Andrea Adamo. Ci siamo abbracciati e complimentati a vicenda perché era andato tutto bene. In particolare Adamo era felice di come mi ero comportato, perché avevo avuto sangue freddo. Per me era la prima volta”. Ingarao iniziò a morire due mesi prima che lo crivellassero di colpi, quando nel box di lamiera piazzato davanti alla villa di Rotolo, all’Uditore, discutendo con il capomafia e Gianni Nicchi, manifestò la sua collera contro Totuccio Lo Piccolo. Il barone di San Lorenzo, a suo dire, si era “allargato”. E Ingarao pretendeva rispetto, specie quando si parlava di lavori e appalti pubblici all’interno del porto di Palermo.“E invece sai che fa Totuccio?”, protestava Ingarao, “mi manda 2000 euro e un bigliettino dicendo: ‘riguardo il discorso del lavoro del porto che te ne ha parlato Cosimo, questi sono… va bene? Man mano che me li danno, glieli vado girando’.

6 aprile 2011
In via Michele Titone, una traversa di corso Calatafimi fu ritrovato il corpo di Davide Romano dentro il bagagliaio di una Fiat Uno. Nudo, con le mani e i piedi legati. Era un picciotto del Borgo Vecchio che scalpitava per farsi largo tra le nuove leve della mafia. Forse aveva deciso di passare dallo spaccio di droga alla mafia che conta. Nessun commento neppure durante le conversazioni dei tanti boss intercettati dopo l’omicidio. Il pentito Francesco Chiarello ha raccontato che Romano sarebbe stato torturato e giustiziato in un magazzino alle spalle del nuovo Palazzo di giustizia di Palermo. Ha fatto i nomi di chi partecipò al delitto, ma evidentemente non sono ancora stati trovati i riscontri necessari. “Lo zio Pietro è stato, Calogero Lo Presti”, ha aggiunto l’ex boss dell’Acquasanta Vito Galatolo. Calogero Lo Presti era il boss che guidava il mandamento di Porta Nuova. Nel 2011, anno dell’omicidio Romano, finì in cella in un blitz antimafia dei carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo. La vittima, secondo Galatolo, era entrato in contrasto con lo Presti perché “comprava la droga fuori dalla borgata”. Litigavano pure “per il prezzo della droga ed aveva risposto male a Lo Presti”.

20 settembre 2011
Nel 2011 sotto i colpi dei killer cadeva Giuseppe Calascibetta, capo mandamento di Santa Maria di Gesù, freddato mentre rientrava a casa con la sua mnicar, in via Belmonte Chiavelli. Dell’omicidio parlavano Mario Marchese e Vincenzo Adelfio. Tra i compiti di faccia di gomma, soprannome di Calascibetta, c’era quello di mantenere in carcere alcuni affiliati: “Perché li aveva da lui i picciuli”; “.. su livaru in miezzu i pieri” (se le sono tolto dai piedi”); “… ne ha combinato una appresso all’altra… si fotteva un po’ di soldi… tutti… ci hanno perso tempo…”. Eccolo, dunque, il possibile movente del delitto. Calascibetta avrebbe pagato con la vita la pessima gestione dei soldi del clan. Adelfio raccontava un altro episodio: “Trentamila euro… gliel’ho fatti dare io da questi di là… dalla pompa di benzina… diecimila euro là… li hanno persi… che se li sono fottuti lì sotto… e gli altri venti se li è fottuti tutti lui…”. L’ammanco di denaro era stato riferito a Giuseppe Greco, arrestato con l’accusa di essere il nuovo capomandamento. Non solo, nei mesi successivi Calascibetta aveva imposto il pizzo ad una serie di personaggi di Belmonte Chiavelli: “… u Bonaciedda e compagni… u…u Castidduzzu e compagni gli davano i soldi”. Si tratta, però, solo di ipotesi che ancora non sono sfociate in un’ordinanza di custodia cautelare.

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16 febbraio 2013
La sera del 16 febbraio 2013 Francesco Nangano fu crivellato di all’uscita di una macelleria di via Messina Marine. Affiliato al clan di Brancaccio, era molto vicino ai boss di Porta Nuova. Ancora una volta furono le microspie a suggerire una pista investigativa. Gli intercettati erano Mariano Marchese e Gaetano Di Marco, titolare di un deposito di marmi e luogo dei summit del clan di santa Maria di Gesù. Le cimici raccolsero le loro impressioni sul delitto: “… questo che hanno ammazzato?… un magnaccione … fimminaru… andava con cu e ghiè”. Nangano era stato pure avvisato: “Gli hanno bruciato… tutte cose”. Poi Marchese ipotizzava che per il delitto potesse essere stata necessaria l’autorizzazione dei fratelli Graviano: “Può essere che fu un messaggio di Filippo… o di Giuseppe”. Sulla base di una nota dei servizi segreti Nangano era in rotta con i vertici del clan di Brancaccio. Si parlava di contrasti con Nino Sacco che la Squadra mobile piazzava fino al suo arresto, assieme a Giuseppe Faraone e Cesare Lupo, nel triumvirato che comandava a Brancaccio agli ordini di Giuseppe Arduino. Il 5 aprile 2013, due mesi dopo il delitto, fu intercettato un colloquio in carcere fra Giovanni e Giuseppe Di Giacomo. “Ma Nangano… Nangano, ma Nangano… Nangano”, insisteva l’ergastolano ripetendo il nome del mafioso crivellato di colpi a Brancaccio. E Giuseppe, anche lui sarebbe morto ammazzato un anno dopo, rispondeva con un categorico “… che?… a posto … a posto Giovà”. E virava su altri argomenti. Cosa significava “a posto”. Cosa aveva necessità di sapere l’ergastolano e perché?

12 marzo 2014
A cadere sotto il colpi dei killer fu proprio Giuseppe Di Giacomo. Uno squarcio sul suo ruolo in Cosa nostra lo ha aperto Francesco Chiarello. Era il 2011. Tommaso Di Giovanni e Nicola Milano, che per un periodo coabitarono al posto di comando, alla presenza di Ivano Parrino (pure lui uomo del Borgo Vecchio) scelsero il loro successore. Vinse la linea dello “stavolta tocca a Giovanni”. Giovanni era Giovanni Di Giacomo. Non fu solo un’investitura formale, ma un passaggio di consegne la cui sostanza si concretizzò nella lista delle estorsioni riposta nelle mani di Di Giacomo che aveva la fiducia di Alessandro D’Ambrogio, reggente del mandamento fino al suo arresto. Il rispetto per il fratello ergastolano, però, venne meno nel marzo 2014, quando Giuseppe fu crivellato di colpi per le strade della Zisa. Chiarello, nel suo primo verbale depositato, ha parlato anche di questo omicidio. Solo che le notizie disse di averle sapute in carcere da un altro dei fratelli Di Giacomo, Marcello, arrestato nell’aprile del 2014. Il movente del delitto sarebbe da ricercare nel furibondo scontro che Di Giacomo ebbe con Tommaso Lo Presti, uscito dal carcere con il mandato di comandare. Di Giacomo si era macchiato di una colpa grave, dimenticandosi di aiutare la famiglie dei detenuti. Il malcontento era diffuso. L’ordine per l’omicidio, così Chiarello riferì di avere saputo da Marcello Di Giacomo (non sappiamo se si sia trattato soltanto di una deduzione del suo interlocutore in carcere), sarebbe partito da Tommaso Lo Presti, con il benestare dei Milano (“traditori” li avrebbe definiti Marcello Di Giacomo). L’esecutore materiale sarebbe stato il più giovane dei Lipari (Emanuele ed Onofrio Lipari, padre e figlio, sono finiti in manette ad aprile nello stesso blitz che ha coinvolto Tommaso Lo Presti e Marcello Di Giacomo). Anche in questo caso, però, al momento non sono stati trovati i riscontri necessari. Riscontri che non sono arrivati neppure dalle dichiarazioni di Giuseppe Tantillo, pentito del Borgo Vecchio che da Di Giacomo era stato incaricato di raccogliere il pizzo.

 

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22 Maggio 2017, 18:45

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