Diciassette anni di pizzo| La ribellione e le condanne

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19 Luglio 2019, 18:06

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PALERMO – L’impianto accusatorio regge. È una storia di pizzo durata 17 anni quella oggetto del processo di appello che si è concluso con la condanna di tre imputati. Queste le pene: Salvatore Raccuglia, fratello del boss di Altofonte, Domenico (17 anni e mezzo in continuazione con una precedente condanna), Salvatore La Barbera (5 anni 8 mesi contro gli otto del giudizio di primo grado) e Giuseppe Serbino (5 anni, ne aveva avuto sei e mezzo; per l’imputato, difeso dall’avvocato Tommaso De Lisi, è caduta l’aggravante mafiosa).

La sentenza è della Corte d’appello presieduta da Fabio Marino che ha condannato gli imputati a risarcire i danni alle parti civili: l’imprenditore, assistito dall’avvocato Salvatore Caradonna, e l’associazione Addio Pizzo, assistita dall’avvocato Maurizio Gemelli.

L’operazione nasceva dalle indagini dei carabinieri sulla famiglia mafiosa di Altofonte, che aveva già portato nel marzo del 2016, nel corso del blitz “Quattropuntozero”, ad azzerare i vertici del mandamento di San Giuseppe Jato e delle famiglie mafiose dipendenti. C’è un quarto imputato, Andrea Di Matteo, che è stato condannato con il rito ordinario.

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La vittima, esasperata e sottoposta a pesanti pressioni psicologiche, ha ricostruito la vicenda. A chiedergli i soldi sarebbe stato La Barbera che poco prima di Pasqua fissò un incontro registrato dalle telecamere piazzate dai carabinieri. Furono immortalate le scene della consegna delle banconote da venti e cinquanta euro, per un totale di cinquecento euro. Proprio mentre si stava allontanando in auto, i carabinieri del gruppo di Monreale lo arrestarono in flagranza.

 

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19 Luglio 2019, 18:06

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