“E Borsellino mi disse: | la Procura è un nido di vipere”

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04 Maggio 2012, 13:41

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Il dramma di un uomo che sapeva di essere stato condannato a morte. Lo sconforto per avere scoperto che un amico lo aveva tradito. Disse proprio così Paolo Borsellino – “Non posso credere che un amico possa avermi tradito” – a due giovani colleghi che erano andati a trovarlo in Procura, a Palermo, poco prima della strage di via D’Amelio. Quei due colleghi sono il giudice Alessandra Camassa e Massimo Russo, ex pubblico ministero oggi impegnato in politica.

Entrambi hanno testimoniato al processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu con l’accusa di favoreggiamento nei confronti del boss Bernardo Provenzano.

Una deposizione drammatica. “Io e il collega Massimo Russo restammo sorpresi, imbarazzati – ha raccontato la Camassa -. Eravamo andati a trovarlo per parlare di alcune indagini, ma all’improvviso Borsellino cambiò discorso. Dopo quello sfogo non abbiamo avuto la forza di chiedergli nulla. Ho avuto la la sensazione che Paolo avesse ricevuto da poco una notizia che l’aveva sconvolto”. Nessun riferimento, però, sull’identità del traditore.

Dopo di lei è stata la volta di Russo, assessore regionale alla Sanità. C’era anche lui quel giorno nella stanza di Borsellino. “Mi parlò di una cena con ufficiali dei carabinieri a Roma, poi all’improvviso disse che qualcuno lo aveva tradito. Quasi per sdrammatizzare io gli chiesi come andava in Procura. E lui rispose che era un nido di vipere”. L’incontro raccontato da Russo e dalla Camassa sarebbe avvenuto a fine giugno del ’92, quando andarono a trovare l’ex capo che nel frattempo era stato trasferito da Marsala a Palermo, dove ricopriva il ruolo di procuratore aggiunto.

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<Borsellino – ha aggiunto Russo – dopo la strage di Capaci era un uomo piegato. In quell’occasione parlò di un incontro a Roma con ufficiali dell’Arma, poi si alzò e disse “un amico, qualcuno mi ha tradito”. Si accasciò sul divano e pianse. Non gli abbiamo chiesto chi fosse il traditore. È vero, ma la distanza fra noi giovani magistrati e lui era incommensurabile”.

Ma perché ha parlato di questi particolari solo a distanza di tanti anni? “Non c’è stata una richiesta in tal senso”, ha risposto alla domanda del legale di Mario Mori, l’avvocato Basilio Milio. “Uno aspetta di essere chiamato per dire una cosa così importante?”, ha aggiunto il presidente del Tribunale, Mario Fontana: “Mai e poi mai in quel periodo – ha spiegato Russo – potevo immaginare che questa vicenda si collocava in una questione più ampia”.

Tornando alla deposizione della Camassa, il giudice ha riferito di una confidenza che gli avrebbe fatto l’allora maresciallo Carmelo Canale, stretto collaboratore del giudice Borsellino, coinvolto in un calvario giudizio conclusosi con l’assoluzione: ”Nel giugno 1992, Canale mi disse di parlare con Borsellino. Canale riteneva che Borsellino si fidasse troppo dei vertici del Ros. L’aveva messo in guardia. Io non dissi niente a Borsellino, sapevo quale rapporto di grande confidenza aveva con i carabinieri”.

“Ricorda se Canale le fece dei nomi parlando del Ros?”, le ha chiesto il pubblico ministero Antonino Di Matteo che con Antonio Ingroia rappresenta l’accusa al dibattimento. La Camassa ha fatto i nomi degli ufficiali Mori e Subranni, aggiungendo, però, di non potere avere certezza dei suoi ricordi.

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04 Maggio 2012, 13:41

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