Finalmente il rimbalzo delle borse

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16 Marzo 2009, 06:57

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MATERIE PRIME: congestione
La settimana si chiude con  -1% per l’oro (+5% da inizio anno), -1% per  l’argento(+17%) -1,5% per il platino(+12,5%); mentre restano fermi il petrolio (+3%) il gas naturale( -30%) e il  rame perde il 2% (+18%) . L’indice generale CRB sale di mezzo punto(-8%). Il Baltic Dry Index sale ai massimi dal 9 ottobre. Nonostante la “resurrezione delle borse”, la flessione del dollaro e il mantenimeno di rendimenti bassi, le materie prime sono rimaste bloccate. Occorre però tenere presente che avevano anticipato questa fase, recuperando dai minimi ben prima delle borse; inoltre queste ultime sono state trainate soprattutto dalle ricoperture sui finanziari. Tecnicamente il petrolio si trova a ridosso di una importante resistenza psicologica, quota 50 dollari, ed anche il rame è in prossimità di area 180; mentre l’oro dopo aver ritoccato livelli inferiori a 900 , non è chiaro se si trovi in un ciclo discendente di cui il recente rimbalzo sia una correzione, oppure se ha già di nuovo intrapreso un nuovo ciclo rialzista. Sta di fatto che se, come discuterò più avanti,  la borsa ha realmente iniziato un ciclo rialzista destinato a durare almeno un paio di mesi, esattamente come avvenne un anno fa, è molto probabile che anche le materie prime chi più chi meno dovrebbero  andarle dietro, a maggior ragione se il dollaro al contempo sviluppa invece un movimento discendente.
Si conclude con : petrolio a 46,5(aprile) gas naturale a 3,93(aprile) oro a 930(aprile) argento a 13,2(marzo) platino a 1063 (aprile) palladio a 200(marzo) rame a 166(marzo).

CAMBI: interventi sul franco svizzero
L’indice del dollaro ha finito la settimana con una perdita dell’ 1,2% a  87,4 (+ 7,5% dall’inizio dell’anno). Ha perso soprattutto con le valute più legate alle commodities e all’andamento delle borse, ivi incluso l’euro che ha recuperato il 2% concludendo poco sotto 1,30; peggio del dollaro hanno fatto solo la sterlina ed il franco svizzero dopo la presa di posizione della sua banca centrale che ne vuole la svalutazione (ha subito perso il 4,5% con l’euro in poche ore). L’ultima volta che una nazione del G-10 è ufficialmente intervenuta sulla sua valuta è stata nel 2003 quando il Giappone provò a contrastare l’apprezzamento dello yen, fallendo miseramente perchè un anno dopo lo yen era salito di un altro 6%. E infatti l’altra moneta ovviamente perdente in questo contesto è stata lo yen; dal Giappone si è saputo che il debito pubblico supera quota 10 trilioni di dollari, 150% del PIL, e soprattutto che per la prima volta dopo 13 anni si è realizzato un deficit nei conti con l’estero. Giapponesi e svizzeri si trovano nella stessa situazione, con gli esportatori molto danneggiati dalla forza delle rispettive valute , considerate nel recente passato il bene rifugio per eccellenza. Per il Giappone il danno è stato soprattutto con Cina ed USA che sono i suoi primi due clienti, perchè lo yen  negli ultimi 6 mesi si era rivalutato del 10%. Analogo l’andamento del franco svizzero nei riguardi in particolare dell’euro, e quindi  adesso si  svaluta in modo da perdere quanto guadagnato durante la grande caduta delle borse. Il punto è che esiste un accordo per cui questi interventi non si dovrebbero fare, ed invece gli svizzeri hanno  aperto il vaso di Pandora. Adesso gli USA dovrebbero indicarli come manipolatori valutari, ed effettuare ritorsioni commerciali; se non lo fanno, come possono farlo con altri a cominciare dai cinesi, dai giapponesi, dai coreani,  i quali tutti possono ormai dire che se lo fanno gli svizzeri possono farlo anche loro. E’ il protezionismo finanziario che avanza e peggiora la situazione.
Tornando al dollaro, l’indice ha concluso sotto una linea di supporto che lo aveva sostenuto nel trend al rialzo fin da metà dicembre, e ciò apre le porte tecnicamente ad una fase di ribasso corposa, in parallelo ad un analogo rialzo delle borse, perchè  l’andamento del dollaro risulta correlato inversamente agli indici borsistici con un coefficiente del 93 %. Le valute che dovrebbero beneficiare in base a questa correlazione sono soprattutto l’australiano e il neozelandese che mantengono ancora i tassi più alti , superiori al 3%. Anche l’euro, tranne sorprese provenienti dal fronte dell’est, dovrebbe beneficiarne (tornando in area 1,35), avendo anche lui finora mantenuto un alta correlazione  con l’indice S&P 500. Se vien meno la, peraltro erronea, motivazione del bene rifugio, il dollaro resta esposto a tutti i suoi probemi e ai suoi tassi azzerati. Ciò nonostante, ogni dato macro negativo in Europa, ed i rischi strutturali cui è sottoposto, rendono l’ euro la  valuta meno indicata per “giocarsi” questa fase di debolezza del dollaro, del franco svizzero e dello yen, mentre le valute commodities restano la scelta con le maggiori probabilità (anche se sottoposte a una volatilità ben superiore).
OBBLIGAZIONI:   l’urlo di Wen
Negli USA  i futures sul tasso a tre mesi scadenza dicembre 2009 quotano 1,6% (+0 cts. rispetto a 7 giorni fa), il libor a tre mesi è    al 1,32%(+3 cts.) e ad un anno al 2,23%(+8 cts.); i bot a 3 mesi   allo 0,21%(+3 cts.). I rendimenti dei bonds  a 2 anni  a 0,91%(+1 cts.); a 5 anni al 1,82%(-0 cts.); il decennale al 2,88% (+1 cts); a 30 anni al 3,67%(+11 cts.). Fermo   il differenziale tra 2 e 10 anni  a 197 (-0 cts.).Scendono  i tassi sui mutui a tasso fisso trentennali (-12 cts.  al 5,03%)  e quindicennali(-8 cts. al 4,64) e quelli a tasso variabile ad un anno (-6 cts. al 4,8%). In calo i differenziali sui bonds aziendali, in parallelo con il rimbalzo della borsa, ed i rendimenti degli obbligazionari dei paesi emergenti, con i bonds brasiliani  al 6,93%  sul decennale (i messicani  al 6,5%), mentre sale  il rendimento del decennale giapponese (1,31).
In Europa  i  tassi euribor  scendono ancora:  ad un mese  al 1,26% (-14 cts.) a tre mesi al 1,65%(-10 cts.) ad un anno  al 1,96%(-4 cts.). I rendimenti sui bund tedeschi  salgono sul 2 anni al 1,33%(+16 cts.) e  sul decennale al 3,06% (+13 cts.) per cui lieve flessione del  differenziale tra 2 e 10 anni (+173 cts.) contrariamente a  quello americano, perchè il differenziale con i bonds USA risale  a +18 cts. per il bund sul decennale, e ancor più sulla scadenza a due anni (+42 cts.)  sempre a favore del bund: è l’effetto delle aste andate bene per i bonds americani (e degli acquisti della Fed) mentre i bund hanno rispettato la correlazione inversa con la borsa, non essendo ancora monetizzati dalla Bce.
La settimana si è conclusa con una giornata interessante: venerdì ci siamo infatti svegliati con le dichiarazioni del primo ministro cinese che lanciava un messaggio di preoccupazione sulla sorte dell’enorme credito che la sua nazione ha accumulato nel tempo verso gli USA, avvisando questi ultimi a stare “attenti” a quello che fanno(letteralmente:”onorate le vostre promesse”). Ricordo che l’estero possiede la metà di tutto il debito pubblico americano, e di soli titoli del tesoro ne ha sul groppone per oltre 3 trilioni, di cui 700 miliardi sono in carico ai cinesi che hanno sorpassato i giapponesi a quota 600 miliardi. Ora, nei soli primi 5 mesi dell’anno fiscale 2009, iniziato il primo ottobre, il deficit federale è già salito al record  di 765 miliardi, da confrontare con i 265 negli stessi 5 mesi del 2008 che si era concluso con un deficit annuo di 460 miliardi: per il 2009 come minimo si finirà oltre il trilione e mezzo(1500 miliardi).
Da qui “l’urlo di Wen” che  ha avuto due reazioni opposte. Da un lato i mercati l’hanno completamente ignorato (facendo addirittura salire le quotazioni dei titoli di Stato, e ciò nonostante il coevo rialzo della borsa); dall’altro l’amministrazione USA ha ritenuto opportuno rispondere subito, tranquillizzando il suo principale finanziatore. Obama, com una piroetta a 360 gradi, ha iniziato a dire il contrario di quanto finora sostenuto: la crisi è meno grave di quello che si pensa, gli USA ne usciranno presto e bene. Sia lui che Summers (suo consulente, ex clintoniano) hanno esplicitamente chiesto di venire ad investire negli Stati Uniti, definendolo “conveniente”. Peccato che siano solo “parole,parole” assolutamente non credibili per chiunque sappia far di conto.
Se non fosse che siamo di fronte a una tragedia, carica di lacrime e sangue, ci sarebbe da ridere. I mercati, in particolare, sono veramente comici. Loro se ne infischiano della non credibilità delle assicurazioni obamiane, perchè adesso va di moda la teoria che i cinesi non possono che continuare a finanziare gli USA, perchè è nel loro “interesse” di esportatori che i consumatori a stelle e strisce continuino a spendere. Come spesso successo nel passato, i mercati vanno appresso a mode ideologiche tanto fallaci quanto precarie, per la gran parte del tempo; salvo poi ravvedersi di colpo e fare bruscamente marcia indietro nelle loro convinzioni, in genere quando ormai è troppo tardi. Si può proprio dire che non ne azzeccano una, come mostra l’evidenza empirica.  In questo caso, solo un atto di fede può far ritenere che i cinesi continueranno per sempre a fare prestiti agli USA. In realtà è molto difficile che il disegno strategico -in un mondo sempre più “stretto”- da parte della dittatura comunista cinese, sia semplicemente quello di trasformare il miliardo e passa di loro connazionali in americanini con gli occhi a mandorla, iperconsumisti e iperdindebitati. Sarebbe veramente una stupidità colossale, anche i cinesi  non possono non capire che sarebbe controproducente, oltre che impossibile per mancanza di risorse globali.

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BORSE:  Finalmente il rimbalzo
Ampiamente prevedibile e previsto è arrivato il rimbalzo delle borse, più o meno alla stessa epoca dell’anno scorso, anche se le scuse con cui è stato giustificato sono risibili, a cominciare dalle dichiarazioni “ottimistiche” degli uomini meno credibili che ci siano in circolazione, vale a dire i capi di Citigroup, JPMorgan e Bank of America. Adesso la domanda è: siamo effettivamente in presenza di una sequenza di onde al rialzo che possa durare almeno un paio di mesi come l’anno scorso, oppure è l’ennesima falsa partenza?
Quest’ultima sequenza ribassista è cominciata ai primi di  gennaio da quota 944 per lo sp500, e si è sviluppata in 5 onde come da manuale, e come sempre durante tutto il mercato Orso inizato a ottobre 2007. La caratteristica comune a tutte le sequenze ribassiste è stata una relativamente forte seconda onda (correttiva al rialzo), ed una invece debole quarta onda (anch’essa correttiva al rialzo). L’eccezione c’è stata durante il crollo intervenuto tra agosto e novembre dell’anno scorso, per il ben noto motivo (fallimento lehman): lì ci furono due volatili e falsi rialzi a metà settembre e metà ottobre che costituirono la seconda e la quarta onda di quel ciclo. Durante l’attuale ribasso sono tornate le caratteristiche “normali”, e cioè una seconda forte(da 804 a 875) e una quarta debole(da 742 a 780). L’anomalìa risiede proprio nell’ultimo ribasso, la quinta onda che, se conclusa a 667, risulta essere di soli 113 punti. Questo lascia ancora un dubbio, ma la forza del rimbalzo di questa settimana, unito all’esistenza di forti divergenze su ogni orizzonte temporale, il respiro del mercato e la volatilità discendenti, insieme ad altre notazioni tecniche, fanno ritenere  molto probabile che  667  sia stato realmente il minimo del ciclo primario (e del resto non  molto al di là delle previsioni che da tempo erano state qui fatte quando si indicava area 680-720).
Se è così si può iniziare a ragionare su quello che arriva. Innanzitutto la fine di questa prima onda rialzista: le resistenze sono a 768 e 789, quindi con 100-120 punti di ampiezza (in linea con il passato). Dovrebbe poi seguire la seconda onda (di correzione, al ribasso) di circa il 50% che dovrebbe riportare in area 717-734 dove si trovano dei supporti classici. Durante questa prima onda al rialzo sono stati rispettati tutti i livelli classici, 696-717- 734 e giovedì è iniziata la marcia verso 768, con un massimo a 758 e una conclusione venerdì a 753. Vedremo se continua questa regolarità.
Per il breve termine mi fermo qui; più a medio termine, sempre che sia confermato il minimo di 667, ci si può attendere una durata  del ciclo rialzista da 2 (come l’anno scorso) a 5 mesi (guardando ai precedenti comparabili e cioè 1929-32, 1937-42, 1973-74 questa era stata la durata dei cicli di ritracciamento, con ampiezza del 50%). Se si arrivasse anche questa volta a recuperare il 50% del ribasso di 909 punti intervenuto tra ottobre 2007 (1576) e Marzo 2009 (667) si andrebbe a 1122. Naturalmente detto adesso sembra quasi impossibile, ma occorre ricordare che in fondo si tratterebbe solo di ritornare ai livelli di settembre 2008. E sarebbe fantastico perchè consentirebbe di poter vendere in condizioni ottimali, con prospettive di grande guadagno per la successiva discesa verso quota 200.
Si conclude con Dow a 7224 +9% ( -17% da inizio 2009) SP500 a 756 +10,7%(-16%) Nasdaq100 a 1168 +10%(-3%)Russell +12%(-21%) Trasporti +10%( -31%) utilities +1,3% (-20%) semiconduttori +13% ( +4%) Broker +25%( -8%) Banche +37%( -42%).Il rapporto tra put e call scende a 0,7 e  l’indice della volatilità VIX scende  a 42.
Il Nikkey giapponese  a 7569 +5,5%(-15% da inizio 2009),  il Dax a 3953 +7,8%(-18%)  il cac francese a 2705, il footsie inglese a 3753 spmib a 13804 e mibtel a 11368 +6% (-18%). Tra gli emergenti: Brasile +5%(+4%) Russia +16% (+3%) India +4%(-9%) Cina -3%(+17%).
PREVISIONI: riparla la Fed
La prossima settimana, dovrebbe esserci la fine della prima onda rialzista in borsa, e l’inizio della seconda correttiva. La partenza dovrebbe essere comunque ancora nel segno della prosecuzione (a meno di notizie shock) e questo vale quindi anche per la debolezza del dollaro, mentre sarà oltremodo interessante vedere cosa faranno i bonds. Il calendario è pieno di spunti, ma è difficile che possano venire informazioni realmente nuove che non siano già scontate nei prezzi. Il sentiment del manifatturiero è previsto restare debole, così come l’inflazione, mentre la Fed non potrà decidere nulla sui tassi ormai azzerati, ed è difficile che nel comunicato possa esprimere concetti nuovi, ma non si sa mai ed i mercati cercheranno di trovarvi sfumature di maggiore ottimismo o pessimismo per muoversi un pò.
Lunedì si inizia  con eventuali reazioni al comunicato del G20 (che non presenta spunti, se non quello della possibile delusione se ci si aspettava di più), e poi con i dati USA sulla produzione industriale e sull’edilizia. Martedì toccherà ai nuovi cantieri e ai prezzi alla produzione, mentre mercoledì in attesa della Fed alle ns. 19,15 (negli USA c’è già l’ora legale) sarà il turno dei prezzi al consumo e del deficit dei conti con l’estero. Giovedì arrivano i sussidi settimanali ai disoccupati ed il Philly Fed, mentre venerdì si concude con un discorso di Bernanke e con le tre streghe in borsa (scadenza contemporanea dei futures di marzo e delle opzioni).
I dati sull’inflazione europea di lunedì potrebbero creare qualche movimento sull’euro  se segnalassero minori spazi di manovra per la BCE (ci si aspetta un altro taglio dei tassi ad aprile), così come eventuali sorprese sull’indicatore di fiducia tedesco ZEW di martedì.
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Pubblicato il

16 Marzo 2009, 06:57

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