Gli splendori segreti | di Palazzo Comitini FOTO

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26 Febbraio 2017, 07:49

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La storia urbanistica di Palermo, nel diciassettesimo secolo, fu profondamente rinnovata, nel suo tessuto topografico, con una maestosa operazione d’invertenti architettonici. La visione di una città moderna, la cosiddetta “città capitale” del periodo Barocco fu alla base della trasformazione, come evoluzione del modello “città ideale” del Rinascimento con forme più dinamiche e aperte verso i propri confini, attraverso lunghe arterie che creavano vedute prospettiche “a cannocchiale”. A Roma, ad esempio, nello stesso periodo, i luoghi principali del panorama urbano vennero messi in risalto mediante l’uso di grandi cupole e antichi obelischi egizi e – in generale – la piazza barocca divenne uno strumento di celebrazione dell’ideologia politica o religiosa, come piazza San Pietro.

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A Palermo, questo progetto fu gestito dal governo spagnolo con precisione e rigore intellettuale, attraverso una grande quantità di demolizioni audaci e la realizzazione di nuove costruzioni. Nel 1601 fu aperta la via Maqueda, intitolata al viceré del tempo, Bernardino Cardenas duca di Maqueda, ortogonale al tradizionale asse del Cassaro. Nel tempo i palazzi nobiliari , anticamente costruiti con il loro prospetti, lungo le strade più piccole, furono rinnovati con prospetti scenografici modificando gli assi dei palazzi cosi che gli imponenti portali si affacciassero lungo la Strada Nuova.

Tra queste magioni, una delle più importanti fu Palazzo Comitini, il cui impianto originario apparteneva ai Bonanno principi di Roccafiorita e risaliva al periodo che va dalla seconda metà del XVI secolo alla prima metà del XVII secolo con ingresso – oggi ancora visibile – sulla via del Bosco. Nella prima metà del Settecento, il palazzo passò di proprietà al ramo cadetto dei Gravina, principi di Palagonia, e – in particolare – a Michele Gravina e Gravina, principe di Comitini, capitano di giustizia, pretore di Palermo e governatore della Compagnia dei Bianchi. Fu lui a chiamare l’architetto del Senato palermitano Nicolò Palma per il progetto di ristrutturazione e ampliamento del palazzo. Il nuovo prospetto settecentesco – di fronte a quello di altre dimore aristocratiche, come il palazzo Celestri Sant’Elia dei marchesi di Santa Croce, e accanto a quello dei Filangeri principi di Cutò – è caratterizzato da due portali, ognuno affiancato da due colonne in marmo grigio di Billiemi (poggiate su alti zoccoli e sormontate dallo stemma dei Gravina) e dai balconi del piano nobile con le caratteristiche ringhiere a petto d’oca.

Il portale di sinistra immette nel cortile principale diviso in due da un grande loggiato sorretto da doppie colonne. Il punto centrale di questo spazio è lo scenografico scalone d’ingresso, in parte chiuso da una vetrata liberty. Due lapidi ai lati ricordano due date importanti nella rifondazione dell’edificio: il 1771, che segna la data della fine dei lavori progettati dal Palma e il 1931, quando il palazzo divenne sede della Provincia e della Prefettura, dopo aver subito un’ulteriore, consistente, trasformazione. I grandi saloni di rappresentanza sono affrescati con illusioni prospettiche e finte architetture, di interni ed esterni, giardini fantastici in perenne fioritura, decorati da vasi dipinti e ricolmi di fiori. Alcune delle sale conservano una collezione di arte moderna e contemporanea di proprietà della Provincia – oggi Città Metropolitana – tra cui due paesaggi: uno firmato da Lia Pasqualino Noto nel 1959 e uno di Renato Guttuso della metà degli anni Ottanta.

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La raccolta, distribuita nelle diverse sale, presenta opere di Ettore de Maria Bergler, Mario Rutelli, Michele Dixit e Pippo Rizzo. Il “Salone Verde” presenta dei sovra-porta, con scene di putti che giocano, attribuite al pittore napoletano – ma palermitano d’adozione – Elia Interguglielmi e sono a lui attribuiti anche i due ritratti dei duchi di Reitano, del salone successivo, la “Sala Rossa”. L’estetica tardo barocca è ancora presente nel “Salone degli Specchi”, noto come Sala Martorana dal nome di Gioacchino Martorana, pittore dell’aristocrazia e artefice del grande affresco della volta con il “Trionfo del Vero Amore” ambientato su uno sfondo di cielo rosato tra angeli reggi cartigli che suonano le trombe della vittoria. Il Dio Amore, accompagnato da putti, guida il carro della saggezza e, dopo aver sconfitto l’Avarizia, la Falsità e la Perfidia, travolge Eros e l’Invidia. Il tema è ripreso dai quattro medaglioni agli angoli raffiguranti le quattro Virtù: Fortezza, Temperanza, Prudenza e Giustizia. Il pavimento di maiolica è purtroppo molto rovinato, ma la sala, illuminata da lampadari in vetro di Murano, è decorata da una preziosa boiserie che corre lungo le pareti e incornicia una quadreria con le tele prodotte da alcune delle botteghe più importanti del Seicento nel meridione: Pietro Novelli, Mattia Preti, Mattia Stomer, Massimo Stanzione e anonimi italiani e fiamminghi.

Molto originali sono i due piccoli boudoirs, nell’ala privata della dimora, accanto alle camere da letto. Quesi sono decorati in stile Rococò, con stucchi dorati a motivi vegetali e sono inoltre intervallati da mensole che una volta reggevano statuette in argento e avorio e piatti di maiolica incastonati nella parete. Gli originali erano di maioliche francesi poi sostituiti da produzioni novecentesche della fabbrica Florio.

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Il palazzo è visitabile dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 e il giovedì anche di pomeriggio, dalle 15 alle 17, ingresso gratuito. Info: http://www.cittametropolitana.pa.it/

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