“Grazie al Festino mi pugnalarono”

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04 Luglio 2010, 00:30

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Qualcuno lo critica, qualcun altro lo giudica, alcuni lo definiscono ‘tascio’, per altri è solo l’occasione per l’annuale abbuffata di ‘babbaluci’ e ‘mellone’. Eppure è il Festino, il protagonista assoluto dell’inizio estate palermitana. È sempre così, ne possono parlare benissimo o malissimo, ma i palermitani al Festino non ci rinunciano, lo cercano, lo aspettano, lo commentano. E lo sa bene Bartolo Sammartino, fondatore dell’Accademia nazionale della politica, protagonista di un Festino, anno di grazia 2002, che più di tanti altri fece discutere.

Bartolo Sammartino, partiamo proprio dal racconto di quel celeberrimo Festino. Cosa non andò bene?
“Andò tutto bene fino a un certo punto. Io avevo a Palermo una visibilità molto forte, ero consigliere, vicesindaco, conoscevo bene i meccanismi della macchina amministrativa. Ho capito che qualcosa non andava quando, già tre mesi prima del mio Festino, il sindaco nominò due consulenti per affiancarmi, Rampello e Puglisi”.

Non si fidava più di lei?
“Diciamo che eravamo reduci da un periodo in cui su 65 riunioni di giunta, 56 erano state presiedute dal sottoscritto. Dovetti, insomma, sopperire a delle assenze considerevoli da parte del primo cittadino e la cosa, evidentemente, mi mise in cattiva luce all’interno della giunta. Ci furono una serie di episodi, la scelta di alcune società rispetto ad altre diede fastidio ad alcuni ambienti della cultura palermitana, la mia presa di distanza da alcuni personaggi che avrebbero dovuto occuparsi della sicurezza. Poi il giorno prima del Festino non arrivarono a Villa Trabia le sedie per il concerto gratuito dell’orchestra sinfonica siciliana e, come se non bastasse, il carro fu palesemente rotto. Insomma, io credo che un evento pubblico come il Festino fosse l’occasione migliore per colpirmi”.

Cosa la amareggiò di più?
“Non venni in nessun modo difeso dal sindaco”.

Torniamo ad oggi. Cos’è che non va stavolta nell’organizzazione di questo Festino?
“Innanzitutto bisogna fare una valutazione rispetto al fatto che si è smarrito il senso profondo della festa, l’aspetto religioso è scomparso. E poi, vede, nel mio Festino i costi erano stati pensati anche per gli anni a venire, il carro sarebbe stato riutilizzato – e il sindaco aveva sottolineato la cosa – erano state valorizzate le maestranze locali, le luminarie erano palermitane, i fuochi d’artificio erano palermitani. Stavolta si parte addirittura da un direttore non palermitano e da lì tutto il resto, le maestranze, l’intera impostazione non è palermitana”.

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Ma come? Proprio lei che è stato il vicesindaco di Cammarata?
“Io mi dimisi agli inizi del 2003, in ogni caso si era partiti con uno spirito diverso. Poi l’entusiasmo iniziale calò, basti pensare a quelle 56 giunte presiedute dal sottoscritto. I cittadini mi votarono come vicesindaco, io ero candidato in tandem con Cammarata, non fui nominato successivamente. Non mi sento in alcun caso corresponsabile”.

Qual è l’augurio che si sente di mandare a Philippe Daverio per questa direzione artistica?
“Io a Daverio posso solo augurare di avere molta più umiltà di quanta non abbia dimostrato lui stesso. Quando è arrivato a Palermo ha detto di avere trovato una città senza pane e senza anima. Credo che tutto il mondo della cultura palermitana si sia sentito offeso da quella presunzione. Daverio in fondo è un fenomeno televisivo. E poco più”.

I palermitani si accontenteranno di questo Festino?
“Non si accontenteranno. Lo vivranno come un’ulteriore occasione mancata per far parlare bene della propria città”.

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04 Luglio 2010, 00:30

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