“Ho insegnato ai detenuti in carcere | Troppi rischi con il Coronavirus”

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07 Aprile 2020, 19:56

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PALERMO- Giovanni Mancino era un ragazzo con idee radicali e un cuore generoso, a scuola. Da professore di Lettere non è cambiato. Forse un po’ meno radicale, ma il cuore è sempre più forte.

E adesso racconta: “Nel 2012 il mio primo incarico al carcere Pagliarelli. No, non è stata una scelta eroica come in ‘Mery per sempre’. Volevo lavorare a Palermo. Anzi, ero un po’ preoccupato. E mi sbagliavo. L’emozione che ricordo è quando si chiude il cancello alle tue spalle. Sai che sei un uomo libero, che uscirai, ma ti fa lo stesso impressione. Il carcere cambia molti. Ho conosciuto un agente penitenziario che dentro era molto professionale, proprio di ghiaccio, non concedeva niente alle chiacchierate, a qualche scherzo che sempre può capitare. L’ho rivisto fuori. Abbiamo preso un caffè insieme. Un’altra persona. Rideva, era allegro, amichevole. Davvero, un altro”.

Il professore racconta: “Impatto iniziale. La didattica non è come quella della scuola normale. Non puoi dire a nessuno: ti metto due… Mi sono presentato. Dal fondo della classe qualcuno ha gridato: ‘E’ uno dei nostri’, cioè della Kalsa, perché il mio cognome è originario di lì e la mia famiglia stava lì. Così si è rotto il ghiaccio. Questo signore mi ripeteva. ‘Sa, professore, io voglio rimanere me stesso e saluto tutti, perché fuori salutavo tutti. Qui ci sono ‘cacocciuoli’ che si sentono importanti, che pensano che, da dentro, possono fare e sfare. Invece la galera è una cosa diversa dal mondo e devi capirlo subito. Altrimenti, diventi pazzo”.

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Il professore racconta: “Cosa mi chiedevano questi alunni così particolari? Di essere i loro occhi. ‘Professò, è estate. Come è Mondello?’. ‘Professò, Ballarò sempre la stessa è? Lì c’è casa mia’. Una volta ho prestato un libro a uno studente. Dopo un mese me l’ha ridato e mi ha mostrato il quadernone dove, capitolo per capitolo, aveva ricopiato tutto”.

Tanti scrivono a Giovanni. Tanti ex alunni privatamente, su Facebook. “I detenuti sono esseri umani che hanno sbagliato – dice il professore Mancino – non perdono il rango di uomini per questo. Ecco perché penso che si debba intervenire immediatamente, nei giorni del Coronavirus, per rendere le condizioni carcerarie meno dure e meno pericolose per tutti. E’ un inferno già nella sua normalità, il carcere”.

E tu cosa speri, prof? “Di tornare, un giorno, a insegnare lì”.

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07 Aprile 2020, 19:56

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