“Ho ucciso, mi sono pentito | per le mie due figlie”

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03 Giugno 2009, 18:58

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“Ho due figlie femmine piccole, signor giudice. Ecco perché ho deciso di collaborare”. Maglietta bianca, capelli corti e brizzolati, in collegamento col tribunale di Palermo da una località protetta, tira fuori tutto Emanuele Andronico, 47 anni, ex uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova. E dopo una pausa chiarisce perché voleva proteggere la sua famiglia: “Io mi sono ribellato al mio referente, in seguito all’omicidio di Amedeo D’Agostino, che rifornivo di cocaina e che aveva avuto comportamenti scorretti con mio cugino Roberto. Mentre lo strangolavo ho capito che la famiglia non si era informata bene: quello non era un pusher qualunque…  mentre lo strangolavo lui continuava a ripetere il nome di Nunzio Milano, capo del mio mandamento. Quando lo raccontai a mio cugino, lui si agitò:  se veramente D’Agostino era imparentato coi Milano come ne saremmo venuti fuori, diceva. Così mi ordinò di ammazzare Francesco Paolo Calvaruso, l’uomo che era con me durante l’omicidio. Per me, questa era una cosa ingiusta: Calvaruso non aveva fatto niente per meritarsi di morire”.
Così, nel dicembre del 2005,  Andronico confessa il delitto ai carabinieri di piazza Verdi (“ero assolutamente libero allora, su di me non gravava il minimo sospetto”) e inizia a collaborare con la giustizia. Si pente e consente ai magistrati di far luce su molti affari di Cosa nostra: droga, ma soprattutto estorsioni. Grazie alle sue dichiarazioni, infatti, sono stati individuati 37 negozi ed 11 cantieri edili che in città pagavano il pizzo, senza aver mai sporto una denuncia. Nel 2007, le sue rivelazioni hanno portato poi all’arresto per associazione mafiosa dell’imprenditore Giuseppe Trinca, titolare tra l’altro dell’agenzia funebre “La Funeraria” ed indicato come capo della cosca di corso Calatafimi. Proprio a gennaio di quest’anno, inoltre, e sempre grazie alla collaborazione di Andronico, a Trinca sono stati sequestrati beni per oltre cinque milioni di euro.
Stamattina l’ex uomo d’onore di Porta Nuova è stato sentito in un processo per riciclaggio a carico di Giuseppe Castronovo, proprietario della Panda con telaio e motore rubati, in cui fu trasportato il cadavere di D’Agostino, trovato poi carbonizzato accanto al cimitero di Sant’Orsola. Il pm, anche se non era strettamente attinente al dibattimento in corso, ha comunque chiesto ad Andronico di ripercorrere il suo trascorso di mafioso: “La mia appartenenza a Cosa nostra? Si può dire – ha spiegato Andronico – che risale ai tempi in cui ero bambino. Sempre sono stato considerato un uomo d’onore, per via della parentela con membri importanti della famiglia di Porta Nuova, mandamento Palermo-Centro”.

L’ingresso in Cosa nostra

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A 17 anni l’ingresso ufficiale, dopo aver ucciso un contrabbandiere su ordine di Cosa Nostra. “Ho trattato con tante famiglie – ha detto ancora – specialmente per affari di droga”. Poi, dopo l’ordine di ammazzare il complice nel delitto D’Agostino, la decisione di pentirsi, anche per proteggere  “la famiglia, le mie due figlie femmine piccole”:  “La mafia fa indagini su tutto – ha proseguito Andronico – anche su chi paga il pizzo o, per dire, quando uno deve diventare uomo d’onore, o se si devono fare affari con gli stupefacenti. Cosa nostra prende informazioni su tutti. Mi ordinarono di ammazzare D’Agostino, ma come potevano non sapere che apparteneva alla famiglia Milano? E che questo avrebbe comportato dei problemi? Mi sono anche contrastato con mio cugino Roberto per questa cosa, e quando mi ha detto di liquidare Calvaruso, mi sono ribellato”.

La Panda col cadavere
Castronovo, il proprietario della Panda, non c’entrerebbe nulla con tutta questa storia. Solo che avrebbe prestato ad Andronico la macchina sulla quale è stato poi trasportato il cadavere di D’Agostino. Un’auto con motore e telaio rubati. Per questo deve rispondere di riciclaggio e rischia da 4 a 10 anni di carcere.
Parlando di questa vicenda Andronico ha detto:  “Castronovo lo conosco da bambino. Mi prestava la macchina e mi accompagnava anche a fare fisioterapia. Io avevo altre auto, due Bmw, un’Audi 80… cambiavamo spesso auto per timore di microspie e controlli. Io non pagavo né bollo, né assicurazione per nessuno di questi mezzi, visto che sono senza patente, mi avrebbe creato dei problemi. In ogni caso non avrei mai usato un’auto con pezzi rubati. Signor giudice, io andavo ad appuntamenti importanti con questi mezzi… In Cosa nostra un grosso timore è quello di finire al centro di pettegolezzi: ci pare che andavo a questi appuntamenti con una macchina col telaio contraffatto o cose del genere? Se fosse accaduto, Castronovo non sarebbe qui ad ascoltarci… Non so se ho reso l’idea”.

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03 Giugno 2009, 18:58

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