I giornalisti, Biagio e la speranza | "Ho parlato di calcio col Papa" - Live Sicilia

I giornalisti, Biagio e la speranza | “Ho parlato di calcio col Papa”

L'incontro con i giornalisti nel luogo in cui si tenta di ricostruire.

Palermo
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PALERMO – “Com’è strana Palermo vista da qui…”. Inizia così un articolo apparso nel 1994 su Novica, notiziario che raccontava il periodo in cui la città di Palermo provava faticosamente a uscire da un periodo in chiaroscuro, in un divario tra ricchezze immani e totale povertà. Oggi come su Novica, a raccontarlo è Giulio Francese, e “qui” è la Missione di Speranza e Carità fondata da Biagio Conte nel 1993. La Missione non è solo un punto fermo per chi ha bisogno di aiuti materiali, cure umane o di cambiare vita; è un luogo che ha molto da raccontare, e soprattutto, quasi a sorpresa, le belle notizie.

È questo il messaggio di fondo lanciato dall’Ordine dei giornalisti, con il corso – incontro proprio alla Missione in via Archirafi, che ha coinvolto vari esponenti della stampa del capoluogo siciliano. Una nuova possibilità di mettere in contatto una realtà come la Missione col resto del mondo, quello fuori dal suo sicuro e premuroso perimetro. Con Francese, presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, ci sono Riccardo Rossi, direttore del giornale La Speranza, le giornaliste Alessandra Turrisi e Patrizia Carollo, il fotografo Angelo Modesto, e loro: i membri della comunità che vive nella Missione, coloro che le storie da raccontare le vivono in prima persona.

“Biagio Conte si mette in testa un grande sogno – dice Francese – che è cercare di dare una casa ai senza dimora. Trova questa terra di nessuno e si mette in testa di trasformarla. Non era una notizia delle solite, diffuse, ma aveva attirato la mia attenzione, così sono entrato a contatto con la realtà di quest’uomo che senza mezzi stava costruendo un’opera monumentale: quella di dare dignità alle persone e a un luogo. Essere un bravo giornalista – conclude il presidente – significa avventurarsi un po’ più in là degli altri, portare la luce dove c’è il buio, anche all’interno di realtà come questa per farle conoscere all’esterno”.

Biagio Conte non c’è, in cammino in Spagna per l’ennesima avventura, ma l’assenza è in parte colmata dal racconto di chi lo segue, anche giornalisticamente, fin dall’inizio. Una caratteristica di Conte, in particolare, si rivela cruciale per la formazione della rete delle buone notizie: “l’arma del digiuno” come la definisce Francese per differenziarla da uno sciopero della fame, fa da collante umano in molte delle relazioni che il missionario intraprende con gli esponenti della stampa. È così anche con Rossi, oggi suo amico, fidato alleato e responsabile della comunicazione della missione anche con La Speranza. La storia di Fratel Biagio è cosa piuttosto nota, soprattutto quella recente, fatta di cammini interminabili, proteste a viso aperto in favore dei deboli e supposti miracoli (costretto in sedia a rotelle, nel 2014 è tornato da Lourdes in grado di camminare).

Meno conosciute sono invece le storie di chi vive con lui nel quotidiano, al lavoro in missione e fuori. Come Dario, avvocato figlio della buona borghesia, che ha vissuto per quattro anni alla missione, rimettendone in sesto l’apparato burocratico e scoprendo, nel frattempo, la vocazione dell’assistenza ai malati; ora è diacono. Tonino, di Villabate, sei anni fa si è trovato faccia a faccia con la povertà. “Un 24 maggio di anni fa – racconta – trovai qui un signore con la barba, padre Pino, e gli spiegai il mio problema. Già dopo poco facevo il muratore, e poi anche il magazziniere, mai fatto prima. Nell’arco di otto mesi ho imparato tutto. La missione è una missione dove si impara qualcosa. Biagio accoglie le persone e chi rimane indietro viene recuperato, mai perduto. Ho fatto tanti servizi dalla portineria, allo zappare la terra in campagna, alla farmacia. Mi sento a casa”.

Fattorie sociali, mense, posti letto: la Missione Speranza e Carità è questo, ma non solo. Ad esempio, c’è anche il sarto. Francis viene dal Camerun. Appena appreso della sua arte, gli hanno commissionato i copri materasso di tutta la missione; da lì in poi, per Francis è stato tutto un insegnare. Oggi fa da maestro a grandi e piccoli, attraverso progetti universitari e di associazioni, e recentemente ha anche messo su una vera attività, in via delle Pergole. Francis ha avuto l’onore di pranzare col Papa alla mensa di via Decollati, durante la sua visita a Palermo il 15 settembre scorso. “Ero seduto tra lui e l’arcivescovo Lorefice!”, racconta emozionato. “Abbiamo parlato di calcio, e poi gli ho detto di essere stato in tanti posti ma mai in Vaticano. Mi ha risposto ‘Quando sei pronto, l’arcivescovo ti porterà in Vaticano’”. E nonostante il trambusto della visita, prima di salire sull’aereo di ritorno, il Papa ha dedicato uno degli ultimi pensieri palermitani proprio a Francis: “Stavo pensando – ha detto a Lorefice – che tu per venire in Vaticano sarai impegnato. Ad accompagnare François in caso manda qualcun altro”.


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