I Nicastri e il giro di tangenti| Pena bassa, no al patteggiamento

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18 Novembre 2019, 16:09

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PALERMO – La pena è considerata “palesemente inadeguata” in considerazione dei gravissimi fatti per cui sono finiti sotto processo. Il giudice per l’udienza preliminare Walter Turturici rigetta la richiesta di patteggiamento di Vito e Manlio Nicastri, padre e figlio. Chiedevano, con il consenso della Procura di Palermo, di chiudere la loro partita giudiziaria rispettivamente con una condanna a due anni e nove mese, e un anno e dieci mesi di carcere.

L’inchiesta coinvolse il professore genovese e consulente della Lega Paolo Arata, Nicastri senior, il ‘re del vento’ in affari con la mafia, i rispettivi figli, l’imprenditore Antonello Barbieri, e il dirigente regionale Alberto Tinnirello, approdato al Genio civile dopo essere stato responsabile del Servizio III autorizzazioni e concessioni dell’assessorato regionale all’Energia. Le loro posizioni processuali, dopo il no al patteggiamento, si ricongiungono. Restano separate da quelle dell’altro dipendente regionale, Giacomo Causarano, e del figlio di Paolo Arata, Francesco, che hanno scelto il rito abbreviato. Non sarà però Turturici a giudicarli. Con l’ordinanza di oggi è entrato nel merito delle accuse, sancendo di fatto la sua incompatibilità.

Secondo il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido e il sostituto Gianluca De Leo, c’era un giro di tangenti per ottenere il via libera alla costruzione di tre impianti di energie alternative. Quando Nicastri senior decise di collaborare con i magistrati finirono nei guai pure il funzionario dell’assessorato Causarano e l’imprenditore lombardo Barbieri. Causarano sarebbe stato il collettore delle tangenti – si parlò di una cifra di 500 mila euro da incassare a cose fatte – da spartirsi con Tinnirello. Sul via libera dei pm al patteggiamento ha pesato la confessione di Vito Nicastri che ha inguaiato se stesso e anche altri indagati. Non tutti sono finora noti. Le indagini, infatti, proseguono.  

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A Barbieri la Procura di Palermo contesta di essere stato socio occulto di Nicastri fino al dicembre 2015, quando gli sarebbe subentrato Paolo Arata versando 300 mila euro per rilevare da Barbieri le quote della Etnea srl. Gli agenti della Dia di Trapani hanno trovato traccia del passaggio di denaro da Barbieri ad Arata, facendo transitare i soldi da alcuni conti correnti milanesi a quelli dei prestanome di Nicastri. Un’operazione fittizia che Nicastri ha ricostruito nella sua confessione ai pubblici ministeri. Barbieri non si sarebbe fatto da parte, ma avrebbe cercato di sfruttare le sue conoscenze all’interno dell’assessorato regionale all’Energia. Ottenne l’autorizzazione per costruire e poi ampliare un impianto fotovoltaico a Carlentini, nel Siracusano, con la società “Sun Power Sicilia”. Quando è divampato lo scandalo giudiziario, la Regione ha sospeso le autorizzazioni.

Il Gup Turturici è durissimo nella sua ordinanza. Ricostruisce i rapporti con la mafia di Vito Niacastri (citato nei pizzini del boss di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo), la “illecita penetrazione negli apparati amministrativi regionali”, parla di “asservimento della funzione pubblica” dei dipendenti regionali, di “ostruzionismo verso i concorrenti” che non pagano le mazzette e “rapporti con esponenti politici” che ad Arata padre derivavano dalla sua esperienza di parlamentare nazionale di Forza Italia. Un sistema, aggiunge, il giudice, che porta a ritenere troppo morbida la richiesta di pena che i Nicastri potranno sempre rivedere al rialzo e riproporre in Tribunale.

Il mese scorso Vito Nicastri e il fratello Roberto sono stati condannati a nove anni ciascuno per concorso esterno in associazione mafiosa.

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18 Novembre 2019, 16:09

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