Il calcio e la vita, il caos e la morte | Se sotto casa passa Bufalino

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26 Aprile 2020, 15:08

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Giuseppe Digiacomo è laureato in Lettere Moderne. Scrittore, ha pubblicato saggi, romanzi e raccolte di poesia. Impegnato in politica, è stato consigliere comunale, assessore, sindaco, dirigente di partito, deputato regionale. Dal febbraio del 2020 è presidente della Fondazione Gesualdo Bufalino.

In linea d’aria abitavamo a duecento metri di distanza con Gesualdo Bufalino, e siccome c’eravamo sposati nello stesso anno ed entrambi dovevamo metter su casa e famiglia, ormai ci vedevamo di rado. Preciso: io avevo venticinque anni, lui sessantadue quando entrambi convolammo a nozze.

E mi mancava, Dino, che m’aveva visto nascere e crescere e m’aveva voluto bene da sempre: in quella vecchia fotografia è lì, in prima fila, in chiesa al mio battesimo; poco sacramentale ma è lì.

Lui si era preso cura della mia formazione poetica giacché la passione di mio padre e la sua libreria erano ferratissime nella narrativa, meno in poesia. Quando mi parlava di un poeta, Gesualdo accompagnava le parole con un movimento ondeggiante, armonico della mano, cioè Bufalino dirigeva, orchestrava le frasi del suo discorso come fossero le note di una sinfonia. Perché lui, quando parlava, era straordinario, la sua cultura riviveva nella sua parola, si rigenerava, non ho più visto né sentito nulla del genere in vita mia, cioè una prodigiosa capacità di far cortocircuitare un patrimonio di conoscenza immenso in un periodare lucido, brillante, magnifico, tutt’altro che un compiaciuto, marcescente, insopportabile armamentario erudito. Non c’era discrasia tra Bufalino che scriveva e Bufalino che parlava di letteratura, c’era armonia perfetta. E poi lui colto lo era davvero, alla grande.

Mi ricordo di una garbata ma implacabile disputa epistolare con Umberto Eco  -mi pare si trattasse dello sphairos o sfero di Empedocle – a proposito della quale mi disse una cosa che mi sarei ricordato: “Ho ragione io, non Umberto Eco. E non perché io sia più colto di lui, ma perché questa è una cosa che ho imparato da adolescente sui banchi di scuola e questo è un tipo di memoria che non si sbaglia.” E lui, di memoria, s’intendeva parecchio.

Ma non era solo per questo che amavo stare con Dino, con lui condividevamo altre passioni: il calcio, per esempio, con il secondo tempo della partita di Serie A che vedevamo insieme, la domenica pomeriggio a casa sua, in una delle prime televisioni a colori di tutti i tempi; oppure il cinema, anche guardando film mediocri, senza troppe pretese, perché lui non era uno snob, era un uomo immensamente curioso e se non c’era di meglio, s’accontentava; oppure il Gran Premio di Formula 1, al quale l’avevo appassionato io ai tempi dei duelli leggendari di Lauda vs Hunt. Insomma, per me era la compagnia più divertente del mondo.

E però tutto questo, da sposi novelli, si era appunto diradato. Ma ero contento per lui, la fama gli aveva giovato e di tanto in tanto lo vedevo passare in auto, una Fiat 127 celeste nuova di zecca alla guida della quale c’era Giovanna, sua moglie, giacché Bufalino non avrebbe mai imparato a guidare. Poi lo vedevo passare a piedi sotto casa mia negli orari che conoscevo bene, quelli della piazza, dell’edicola, della biblioteca, del Circolo. Ogni tanto, quando c’era una bella giornata, m’affacciavo al balcone e ci salutavamo. Poi non passò più né la 127 né Giovanna né lui.

Perché il mondo era proprio come me lo aveva descritto Dino, in alterco eterno con Dio, come una partita a scacchi disordinata, imprevedibile, nella quale nessuno vince, nessuno perde, perché vince il caos, il lì per lì, l’indecenza scomposta della malattia e della morte, il prezzo da pagare per estinguere un conto sempre sospeso col destino che non si riesce mai a saldare.

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Fra centomila anni, in un’immaginaria Storia della Letteratura Universale, probabilmente Dante occuperà lo spazio di poche righe, forse una pagina: pensa io…” mi disse una volta. E me lo disse senza amarezza, ma anzi con l’ironia di chi vuole prendere le distanze dalle passioni della vita per disinnescarne le conseguenze devastanti; come a volere indossare un giubbotto antiproiettile contro il destino cecchino, appostato col dito impaziente sul grilletto. L’untore non voleva essere unto dalla voglia di vivere, d’amare, d’essere famoso, celebrato, riconosciuto, ma si era rivelato un organismo permeabile, contagiato dal virus dell’irrazionale volontà di vivere – anche con gioia, soddisfazione e trasporto – tanto carsica quanto potente, irrefrenabile, esplosiva.

Sono ventiquattro anni che Bufalino non passa più sotto casa mia. E però butto sempre l’occhio giù, non si sa mai. Mi basterebbe vederlo, anche intravederlo, m’accontenterei di un ectoplasma… forse resisterei alla tentazione di dargli la voce, di salutarlo…

O forse non ce la farei e mi farei rinchiudere in manicomio, diagnosticato come un vecchio fuori di testa, uno che urla da solo e delira. E dice al muro di fronte che centomila anni certamente non sono passati, ma di lui si parla tanto ancora come di un maestro vero, che oggi siamo diventati tutti untori ma che ce la faremo e saremo uomini migliori, più fortunati di lui e sopravviveremo. E lui sorriderebbe come al suo solito, come quando ci volevamo bene e, orchestrando con la sua mano sottile, mi reciterebbe versi dell’amato Dylan Thomas:

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,

questo vino su un albero straniero

nei suoi frutti era immerso;

l’uomo di giorno o il vento nella notte

piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.

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26 Aprile 2020, 15:08

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