Il Covid, la crisi, le chiusure: il declino delle vie dello shopping - Live Sicilia

Il Covid, la crisi, le chiusure: il declino delle vie dello shopping

Da via Libertà e via Ruggero Settimo a via Belmonte, sono tante le saracinesche che si abbassano e i locali vuoti in affitto. La paura degli addetti ai lavori
PALERMO
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PALERMO – È prevista per fine marzo la chiusura del negozio di abbigliamento Michael Kors in via Libertà, altre realtà come MAX&Co e Patrizia Pepe hanno già chiuso. Anche lo store Desigual è pronto a non rinnovare l’affitto in via Ruggiero Settimo, probabilmente lascerà un corner all’interno della Rinascente in via Roma, secondo indiscrezioni si presume possa aprire un punto vendita in uno dei centri commerciali palermitani.

L’impietosa desertificazione commerciale

E anche in via Principe di Belmonte alcuni negozi d’abbigliamento hanno spento le luci e abbassato le saracinesche nel silenzio. Vetrine vuote, cartelli di affittasi sparsi qua e là, annunci di cedesi attività: si contano almeno sei attività chiuse e locali sfitti lungo la strada. Prosegue impietosa la desertificazione commerciale nelle vie dello shopping a Palermo. È in corso un cambiamento del tessuto commerciale all’interno dei centri storici. Il fenomeno che ha fatto sparire anni fa diverse attività in viale Strasburgo e via Roma adesso sta interessando il salotto della città.

Le statistiche sono spietate

Secondo quanto rileva l’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sulla “Demografia d’impresa nelle città italiane”, tra il 2012 e il 2020 è proseguito il processo di desertificazione commerciale: dalle città italiane sono sparite, complessivamente, oltre 77mila attività di commercio al dettaglio (-14%) e quasi 14mila imprese di commercio ambulante (-14,8%); aumentano le imprese straniere e diminuiscono quelle a titolarità italiana; a livello territoriale, il Sud, rispetto al Centro-Nord, perde più ambulanti, ma registra una maggiore crescita per alberghi, bar e ristoranti. Nel 2021, solo nei centri storici dei 110 capoluoghi di provincia e altre 10 città di media ampiezza, oltre ad un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (-17,1%), si registrerà per la prima volta nella storia economica degli ultimi due decenni anche la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%).

Cambiano le abitudini dei consumi

In controtendenza alle drammatiche chiusure dei negozi d’abbigliamento, però, si registrano settori in crescita come quello della tecnologia e delle comunicazioni (+18,9%), farmacie (+19,7%) e del commercio elettronico, cambiamenti legati alla modificazione dei consumi. Ma secondo Marianna Flauto, segretaria generale della Uiltucs Sicilia, il caro affitti e gli ammortizzatori sociali non sufficienti sono alcune delle cause del problema. “Il governo doveva intervenire sul caro affitti e non l’ha fatto – sottolinea – per molte aziende in difficoltà il paracadute dell’ammortizzatore sociale non regge. È stato erogato un contributo alle aziende senza tener conto di questo aspetto e se i prezzi non calano è chiaro che poi la decisione è la chiusura, visto che il fatturato si è abbassato. Chiediamo un sostegno per le imprese – aggiunge – e che non sia quello dato fino a questo momento. Si tratta di un’elemosina che permette di sopravvivere senza lasciare niente in tasca, di conseguenza a catena si ripercuote su altri settori comportando una riduzione della produttività. Bisogna fare un’analisi dettagliata delle attività e aiutare quelle che soffrono la crisi con strumenti diversi perché al momento sono uguali per tutti. Altra cosa fondamentale – prosegue – è mantenere il blocco dei licenziamenti, diversamente significherebbe creare una tensione sociale pericolosissima”. Ma secondo Flauto le chiusure sono destinate a aumentare: “Zara Home sta contrattando per l’affitto e Douglas Profumeria ha annunciato chiusure in tutta Italia, a Palermo sono due i punti coinvolti. Molte aziende non riescono anche a stare dietro ai cambiamenti e di conseguenza a diversificare”.

Il centro verso il destino di viale Strasburgo

“Non sono stata ascoltata, da tempo denuncio il processo di desertificazione di via Libertà e via Ruggiero Settimo”, commenta Mimma Calabrò, segretaria generale della Fisascat Cisl Palermo-Trapani che aveva preannunciato che quanto avvenuto in viale Strasburgo presto si sarebbe ripetuto nel salotto di Palermo. “Nessuno si è reso conto del problema – prosegue – si deve accendere un focus. È necessario incontrarci per fare un’analisi dello stato delle cose che deve servire come strumento di prevenzione per sostenere le aziende, le lavoratrici e i lavoratori. Abbiamo chiesto un incontro con l’assessore comunale e regionale alle Attività produttive per analizzare il fenomeno e intervenire. Nel frattempo prosegue l’interlocuzione con le aziende”.

L’allarme di Confcommercio

“Non voglio fare la Cassandra ma siamo ancora a niente, lo scenario attuale è solamente la punta dell’iceberg e l’onda lunga che ci sarà nel 2021 e poi ancora nel 2022”. Senza troppi giri di parole la presidente di Confcommercio Palermo, Patrizia Di Dio, parla di una mancanza di prospettiva di ripresa a breve termine e a dimostrarlo sono proprio le chiusure dei grandi marchi che avevano investito su Palermo. “Prevediamo una chiusura del 30% delle aziende dei settori più colpite dalle restrizioni – aggiunge – quello che fa più scalpore sono i grandi marchi che hanno più visibilità ma tanti piccoli negozi stanno subendo i contraccolpi. Una perdita non solo imprenditoriale ma anche di posti di lavoro che difficilmente potranno essere ricompensati. La capacità organizzativa, anche per quanto riguarda il piano vaccinale, è fondamentale così come il fattore tempo. Queste aziende chiudono perché non si è arrivati in tempo e non per la pandemia. Rendere la Sicilia arancione – aggiunge – è stata una scelta scellerata. Tutto questo non aiuta l’Isola che già stava scontando una crisi endemica. Non c’è più il turismo, siamo stati chiusi la maggior parte del tempo e anche quando siamo aperti i consumi sono ridotti perché non ci sono occasioni d’uso. La vita sociale, gli eventi e la cultura sono banditi. Le grandi aziende sono le prime a prendere i provvedimenti – spiega – a differenza di quelle più piccole che sono legate al territorio e cercano di resistere mettendo in campo qualsiasi fondo per salvaguardare la propria azienda e i posti di lavoro, ma alla fine anche loro devono arrendersi. Se in questi mesi avessimo avuto la sospensione delle tasse e un credito d’imposta come è stato per i primi mesi al 60% penso che le imprese avrebbero qualche elemento in più per resistere. Invece contiamo i caduti sul campo”.


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Commenti

    I commercianti dovrebbero fare una riflessione seria su cosa significa fare impresa oggi e smetterla di parlare di covid.

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