Il giudice Matassa risponde a Faraone:| “Ecco i perchè dei miei dubbi”

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02 Ottobre 2010, 13:04

3 min di lettura

Gentile Davide,
ho letto, con interesse, il tuo appello al riconoscimento del martirio di Padre Puglisi. Vi trovo spunti di grande qualità ma – come ti dicevo – l’iniziativa mi lascia assai dubbioso circa la promozione interlocutoria. Mi spiegherò ancor meglio… Che Pino Puglisi sia un martire ed un eroe civile nessuno può nutrire perplessità.

Il riconoscimento del suo martirio nulla aggiunge e nulla toglie alla sua storia così come ricostruita nel processo. Da questo punto di vista, quindi, la formale consacrazione di quella fine in nulla modifica il piano storico. Egli è tale. Indipendentemente ed anche contro la volontà di chi non lo ritiene tale.

Qui non stiamo parlando dello stalliere Mangano, pluriomicida e mafioso, che qualcuno vuole sia ricordato come un eroe. Qui parliamo di un uomo che fu ucciso perché – evangelicamente e nel quartiere più mafioso d’Europa – poneva un pericolo per quella cultura di morte. Egli riusciva a far confliggere i padri (mafiosi) con i figli (stanchi di sopportare il peso di regole oppressive stupide e violente). Egli dava da mangiare agli affamati (senza pretendere in cambio dei voti). Egli portava carità e speranza dove solo sopraffazione regnava (e regna ancora). Egli era un eversivo, poiché sovvertiva il pensiero criminale imposto dalla mafia. Tutto ciò svolgeva con il sorriso e con la serenità di chi sa che “colui che viene in nome di Cristo non può conoscere la sconfitta”.

Come Cristo, egli è stato ucciso: con la consapevolezza di adempiere – con quel sacrificio – ad una missione più eccelsa. Quella di liberare la sua gente dalla schiavitù. Condurla alla civile reazione. Adesso, che la Chiesa di Roma voglia o non voglia riconoscergli questa connotazione è affare che può riguardare solo coloro che credono all’ortodossia ed ai suoi rituali. La sua beatificazione servirà forse a vestire il suo assassinio di una luce diversa? Il martirio del povero Puglisi brilla di luce propria. Mi stupisce che, fino ad oggi, si sia trascinata questa polemica… Invero, lo stupore doveva nascere allorché il processo agli assassini (i famigerati Graviano e i sodali di Spatuzza) non vide la costituzione della Chiesa. Non si costituirono neppure il Comune, la Provincia, la Regione e la famiglia (parlo di quella anagrafica di Pino Puglisi): nessuno. Il processo si svolse in un imbarazzante silenzio della “società civile”. In quei giorni si disse che “la Chiesa non fa processi…”

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Strano, perché Don Pino voleva solo un po’ di denaro da destinare alle opere di carità per la bistrattata comunità di Brancaccio. Quel denaro, preso ai mafiosi con un condannatorio per omicidio, avrebbe dato maggiore compiutezza al senso di Giustizia. Nulla di diverso dal denaro (detto “8 per mille”) che la Chiesa accetta dai laici senza per questo snaturare la sua veste pastorale. Quel singolare distinguere concettuale mi sembra permei di sé anche il dettaglio dell’odierno problema.

Ecco, allora, la mia conclusione: se la Chiesa ha dei dubbi sul martirio e l’eroicità di Don Pino – ebbene – lasciate che questi dubbi siano e restino solo della Chiesa.Il riconoscimento di un’azione non si addice a chi ha in sé già chiaro il contenuto positivo della stessa. La beatificazione e i suoi imperscrutabili rituali sono problema di chi ancora pone dubbi. Non devo convincere nessuno. Tantomeno coloro che assumono il verbo del Signore sulla terra…
Ti porgo, comunque, i miei ringraziamenti per avermi partecipato questa iniziativa.

Lorenzo Matassa

Pubblicato il

02 Ottobre 2010, 13:04

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