Un “caffè” tra militari| “La politica si accorga di noi”

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14 Dicembre 2013, 06:30

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Alfio Messina del Cocer

CATANIA – Non era mai successo. Questa mattina a Catania un gruppo di militari si incontrerà per prendere un “caffè” in un noto centro commerciale. Senza divisa e con l’intento di parlare dei problemi della categoria e anche dei problemi economici che affliggono la società. Per capire cosa sta succedendo, LiveSiciliaCatania ha parlato con Alfio Messina del Cocer, il Consiglio centrale di rappresentanza dei militari.

Perché questo caffè?

“Da una decina di giorni, presso una nota caffetteria romana adiacente alla Camera dei deputati, ogni pomeriggio, si incontrano decine di militari per parlare di problemi che affliggono i lavoratori del comparto come il blocco degli stipendi e delle progressioni di carriera nonché il riordino delle carriere. Casualmente, in questo bar, si fermano dei parlamentari i quali vengono resi partecipi dello sconforto di tali lavoratori e cittadini. Abbiamo notato che loro sono molto disponibili ad ascoltarci e a darci il loro personale impegno per aiutarci a ritrovare la giusta serenità. Questa iniziativa, tramite i social network, ha preso spontaneamente piede anche in altre città italiane come Cagliari, Udine, Napoli, La Spezia, Padova, Verona, Treviso e Catania dove colleghi, amici e famiglie si incontreranno per un caffè e per confrontarsi”.

E’ la prima volta che si verificano incontri di questo tipo fuori dalle strutture militari?

“Che mi risulti si. E’ importante precisare che i militari (compresi carabinieri e finanzieri) non hanno il diritto di costituire sindacati o associazioni di categoria per la tutela dei loro legittimi interessi, cosa che invece avviene regolarmente in altri paesi europei. Quella di parlare davanti ad un “caffè” costituisce una pacifica e libera manifestazione del pensiero per ricercare un segnale di attenzione e di interessamento alla politica in maniera civile e democratica”.

C’è solidarietà o una rinnovata attenzione verso i problemi di chi protesta in piazza?

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“I militari, prima di tutto, sono cittadini di questo Stato. Hanno famiglie, fanno la spesa, pagano le tasse e l’IMU come tutti gli altri cittadini e si preoccupano, anche loro, del bene delle loro famiglie e della loro nazione. Purtroppo, col blocco degli stipendi,  con le ipotesi di riordino delle carriere del personale militare e la  riforma (legge n. 244/2012) che  taglierà oltre 35.000 posti di lavoro in circa 10 anni, il morale di questi cittadini è seriamente provato”.

I vertici militari come stanno reagendo?

“La nostra non è una protesta e non c’è nulla di male nel prendersi un caffè insieme ad altri amici e colleghi. Nei giorni scorsi, insieme con tutti i sergenti e i brigadieri del Cocer, abbiamo deciso di non partecipare alla prevista cerimonia di scambio di auguri natalizi e di festività di fine anno con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. Purtroppo riteniamo che non ci sia nulla da festeggiare se ci sono colleghi che non arrivano a fine mese a causa degli stipendi fermi dal 2009 e delle indennita’ bloccate. Avremmo preferito gli auguri di rito unitamente alla notizia dello sblocco degli stipendi e delle dinamiche retributive nonché ad una smentita sull’ipotesi del riordino delle carriere che vede il personale da noi rappresentato particolarmente penalizzato”.

Abbiamo visto dei poliziotti che si sono tolti il casco in segno di solidarietà con le proteste sociali, cosa significa?

“Ho avuto modo di leggere la nota del Siulp (sindacato di polizia) in cui viene testualmente detto che “togliersi il casco in segno di manifesta solidarietà e totale condivisione delle ragioni a base della protesta odierna di tutti i cittadini che hanno voluto gridare basta allo sfruttamento e al soffocamento dei lavoratori e delle famiglie italiane, è un atto che per quanto simbolico dimostra però che la misura è colma. E’ importante che la società civile comprenda questi segnali di disagio”.

 

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14 Dicembre 2013, 06:30

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