La storia di Kabir: "Ho collaborato con l'Italia e sono rimasto in Afghanistan" - Live Sicilia

La storia di Kabir: “Ho collaborato con l’Italia e sono rimasto in Afghanistan”

“Mi hanno detto di partire per Kabul, ma dopo l'attentato non ho ricevuto più risposta"
LA RICHIESTA DI AIUTO
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“Mi hanno detto di partire per Kabul, di portare la famiglia e stare tranquillo perché ci avrebbero messo su un aereo in partenza per l’Italia. Dopo l’attentato vicino all’aeroporto, però, le chiamate si sono fermate e nessuno ha più risposto. Eravamo in lista per l’evacuazione, l’Italia non può abbandonarci così“. Kabir Ahmad Haidary, ormai ex dipendente della base militare italiana, è disperato.

“Restare a Kabul era diventato pericoloso per i miei figli, così abbiamo deciso di separarci, non prima di aver messo in sicurezza i miei genitori. Io, con moglie, figli e mio fratello siamo passati in Pakistan e adesso aspettiamo un segnale dalle autorità italiane – ha raccontato KabirAhmad Haidary ai microfoni de “Il Fatto Quotidiano”-. Non risponde più nessuno, alle telefonate, ai messaggi, alle mail. Ho scritto anche al Generale Portolano e ad altri ufficiali italiani con cui ho lavorato a Camp Arena. Siamo stati abbandonati, è più di un mese che aspetto notizie. Qui in Pakistan mi rivolgerò alle autorità diplomatiche, comprese quelle di Paesi come la Germania e il Canada che stanno continuando a evacuare gli afghani che hanno collaborato con loro. In Afghanistan non possiamo più vivere, in Pakistan non c’è futuro, io devo salvare la mia famiglia a portarla in Italia”.

Sono circa 5mila le persone portare fuori dall’Afganistan dal Governo italiano, tra diplomatici e afghani in fuga dal loro paese.


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