La guerra fratricida dell’Arma| Trattativa, le “calunnie” del teste

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06 Aprile 2017, 17:31

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PALERMO – Nella guerra fratricida dell’Arma dei carabinieri ci sono i vinti e i vincitori. I calunniati e i calunniatori. Alcuni militari escono dall’inchiesta, altri finiscono sotto accusa. Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Palermo, Vittorio Alcamo, ha archiviato l’indagine nei confronti di sei ufficiali e ha ordinato l’imputazione coatta per i marescialli Saverio Masi e Salvatore Fiducia.

Masi e Fiducia avrebbero calunniato i loro superiori, accusandoli delle peggiori nefandezze: soffiate che hanno fatto scappare pericolosi latitanti, fonti confidenziali zittite, perquisizioni non eseguite, papelli nascosti.

Il gup è andato oltre la richiesta della Procura che aveva proposto l’archiviazione per tutti perché “secondo un criterio di ragionevolezza, la situazione probatoria è tale da fare prevedere l’inutilità del giudizio”. Per Masi e Fiducia, infatti, arriva l’imputazione coatta per avere ingiustamente puntato il dito contro Gianmarco Sottili, Francesco Gosciu, Michele Miulli, Fabio Ottaviani, Gianluca Valerio e Biagio Bertodi (erano difesi dagli avvocati Claudio Gallina Montana, Basilio Milio ed Enrico Sanseverino). Masi, Sottili, Ottaviani e Miulli si erano opposti alla richiesta di archiviazione. Solo che Masi, così ha stabilito il giudice, non aveva alcun diritto di opporsi perché in caso di reati contro l’amministrazione della Giustizia è lo Stato la parte offesa e non il privato cittadino.

Le accuse di Masi erano pesantissime. Gli ufficiali, a suo dire, avevano ostacolato le indagini per la cattura di Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro e impedito di recuperare la prova che la Stato avesse trattato con i boss. E cioè quel papello divenuto nel processo Trattativa il simbolo del patto infame fra i mafiosi e le istituzioni. Masi, caposcorta di Antonino Di Matteo, uno dei pm dell’accusa, è stato citato come testimone al dibattimento. Ha scelto la platea della Corte d’assise per raccontare episodi inediti. Eppure, scrive il giudice Alcamo, ha avuto la possibilità di parlarne prima. Ed invece non ne ha fatto menzione nonostante fosse già stato sentito più volte. Stessa cosa è accaduto al processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu che si è concluso con le assoluzioni in primo grado e in appello.

Ecco perché il giudice Alcamo parla di “sospetta progressione dichiarativa” e stigmatizza le “discrasie” presenti nelle denunce. Le tardive denunce di Masi sarebbero mosse da “un soggettivo spirito di rivalsa” nei riguardi dei suoi superiori. Masi in questi anni è diventato il simbolo della lotta ai poteri forti e occulti, preso a modello dai movimenti antimafia – scorte civiche e agende rosse in primis – che accolsero al grido “vergogna, vergogna” la lettura del dispositivo della sentenza con cui Masi fu condannato per falso. Nel 2008 quando il maresciallo lavorava al nucleo investigativo del comando provinciale di Palermo provò a farsi togliere una multa presa con la macchina privata sostenendo che stesse facendo un pedinamento di servizio. Le sue denunce contro i superiori, secondo il gup, sono correlate temporalmente alle sue grane giudiziarie e così Alcamo parla di “malcelato risentimento per l’accaduto”.

Masi sosteneva che gli fosse stato impedito di recuperare il papello in una cassaforte a casa di Massimo Ciancimino. I fatti risalgono al 2005. Dunque, oltre il limite della prescrizione (a cui Sottili e Nicoletti avevano per altro rinunciato), ma l’archiviazione è arrivata nel merito. La denuncia di Masi, presentata nel 2013, si apriva con le accuse rivolte al maggiore Sottili, ex comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Palermo. Sarebbe stato l’ufficiale a impedirgli di piazzare delle microspie in una casolare di Ciminna dove era sicuro si nascondesse Provenzano. I pm hanno convocato tutti e 28 i carabinieri che lavorarono con Masi e Sottili, ma nessuno “è stato in grado di riferire circostanze utili alle indagini o confermare le dichiarazioni di Masi”.

Altro episodio denunciato dal maresciallo avrebbe avuto per protagonista Miulli, capitano di una sezione investigativa del Comando provinciale. Sarebbe stato quest’ultimo a impedire a Masi di piazzare una microspia in un centro per demolizioni di auto, tanto che ebbero un duro scontro verbale che nessuno dei presenti ha, però, confermato. E i pm scrivevano che “non sono emersi elementi investigativi suscettibili di avvalorare o corroborare alcuna delle due ricostruzione opposte”. 

Masi sarebbe arrivato allo scontro anche con Nicoletti che, così raccontava, lo avrebbe strattonato per un braccio mentre gli spiegava accorato che “noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano”. Dell’episodio Masi parlò con il suo capitano Fabio Ottaviano che sua a volta riferì al maggiore Sottili. Il risultato fu, secondo Masi, un invito a non mettere a verbale il battibecco avuto con Nicoletti. Ora Alcamo sottolinea che le dichiarazioni di Masi non sono state univoche. All’inizio disse che quel “noi” faceva riferimento agli ufficiali dei carabinieri, e in seconda battuta vi inserì anche i “referenti politici, tra cui Salvatore Cuffaro”. 

C’è poi il capitolo che riguarda Matteo Messina Denaro. Al processo sulla Trattativa, dove Masi è stato convocato come testimone dell’accusa, ha raccontato che nel 2004 incrociò il latitante in una strada di Bagheria. Era in compagnia di una donna, a bordo di una macchina che entrò in una villa. In quel caso sarebbe stato il capitano Miulli, d’intesa con Sottili, a decidere di fermare l’indagine. Nella richiesta di archiviazione, però, i pm scrivevano che “è stato accertato che sui soggetti segnalati dal Masi in occasione dell’incontro fortuito con il latitante, un’attività di indagine era stata avviata, seppur con esiti negativi”.

Ed è per questa vicenda che il gup Alcamo usa le parole più dure: “L’unica condotta doverosa per un carabiniere era ed è attivarsi per arrivare alla cattura del latitante”. Ed invece Masi non lo fece. Denunciò il comportamento dei suoi superiori in una relazione di servizio a distanza di 54 giorni dall’accaduto. Se aveva sospetti sugli ufficiali, annota il giudice, avrebbe potuto informare i magistrati della Direzione distrettuale antimafia.

A rincarare la dose ci ha pensato Salvatore Fiducia. Nel 2001 il carabiniere era in contatto con una fonte confidenziale, nome in codice Mata Hari. Si trattava della moglie di uno storico capomafia di Corleone, che diceva di conoscere gli spostamenti e i covi di Binu Provenzano. Durante un sopralluogo nelle campagne di Trabia Mata Hari e il militare furono bloccati da un uomo armato. Poi, la rivelazione: “Provenzano aveva deciso di costituirsi, ma alcune persone a lui vicine lo hanno convinto a cambiare idea”.

Ancora una volta Sottili e Nicoletti avrebbero sottovalutato le segnalazioni e invitato Fiducia a rinunciare all’attività investigativa. Le cose sarebbero andate in maniera diversa. In quegli anni i vertici del comando provinciale avevano imposto che i componenti delle diverse sezioni investigative non si scambiassero i dati. Una direttiva “verosimilmente finalizzata alla tutela della riservatezza di indagini molto spesso delicate che poteva comportare che i componenti di una sezione, una volta effettuate segnalazioni di interesse, non conoscessero gli sviluppi effettuati da altre sezioni”. Fiducia si occupava di indagini per droga e rapine. Dunque, non di criminalità organizzata. Ecco perché, concludevano i pm, “ne consegue che Fiducia (e la considerazione deve valere anche per quanto concerne i fatti denunciati da Masi) possa avere scambiato il mancato incarico di proseguire negli approfondimenti investigativi per un’indebita interruzione delle attività”. Su Fiducia Alcamo scrive: “Egli non ha segnalato nulla ed ha atteso dodici anni per uniformarsi alle intenzioni e alle iniziative di Masi denunciando come atti di volontario favoreggiamento quei comportamenti di cui sconosceva la natura e sinanco l’esistenza”.

I pubblici ministeri Francesco Grassi, Pierangelo Padova, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia (questi ultimi due fanno parte del pool dei pm del processo Trattativa), con i visti dei procuratori aggiunti Teresa Principato e Leonardo Agueci avevano chiesto l’archiviazione per tutti. Ed invece è arrivata l’imputazione coatta per Masi e Fiducia, anche e soprattutto alla luce del risalto mediatico che decisero di imprimere alla vicenda convocando una conferenza stampa a Roma. Da qui la contestazione anche di diffamazione.

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06 Aprile 2017, 17:31

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