La medicina con la “P”

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02 Agosto 2015, 01:32

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Non esiste la malattia, esiste il malato”. Le parole del mio Maestro risuonano spesso in corsia e nella mia aula di lezione. Oltre che nella mia mente le mille volte che ne ho avuto conferma in oltre trenta anni di professione. Ogni essere umano che è colto da un evento morboso rappresenta un unicum esclusivo e irripetibile che lo rende differente da qualsiasi altro. In fondo è ovvio che sia così, perché in caso contrario noi medici potremmo essere sostituiti da “sistemi esperti” che, dopo aver elaborato i dati salienti, fornirebbero in pochi secondi i responsi che ci sta di fronte ci richiede tutti i giorni: la diagnosi (“Che cosa ho ?”), la prognosi (“Posso guarire ?”) e la terapia (“Che cosa c’è da fare ?”).

Sotto questo aspetto, la mia prima “P” di oggi, cioè “personalizzazione”, è un concetto vecchio quanto Galeno. La grande novità è che i moderni progressi nella conoscenza degli intimi meccanismi biologici delle malattie hanno aperto una nuova era nella quale, piuttosto che essere uguali per tutti coloro che sono colpiti dalla stessa malattia, alcune terapie sono differenziate in base al riscontro nel singolo paziente delle anomalie genetiche da cui essa dipende.

Il cancro del polmone, il tumore maligno a più alta mortalità, rappresenta il paradigma di questa modernizzazione della “personalizzazione” della medicina. Se fino a pochi anni fa la base del trattamento nelle forme non operabili era la chemioterapia, oggi si dispone di “terapie biologiche” che agiscono solo in presenza di specifiche alterazioni del DNA della cellula tumorale riscontrabili tuttavia solo in alcuni pazienti e non in tutti. Volendo chiarire il concetto, mentre la chemioterapia offre un modesto beneficio a molti, le nuove terapie “personalizzate” offrono grandi benefici a pochi. E’ come se, volendo aprire una porta chiusa, usassimo la chiave giusta che fa scattare solo quella serratura piuttosto che un grimaldello che la svelle. E qui giungo alla seconda “P” del mio intervento, ossia “promettente”. Perché per molte malattie siamo agli albori di un’era in cui sarà possibile selezionare da un insieme eterogeneo di individui accomunati dalla stessa malattia coloro che davvero beneficeranno dello specifico trattamento con il minimo degli effetti collaterali.

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Tutto bene, allora ? Neppure per sogno perché ci sono la terza e la quarta “P” di segno diametralmente opposto. La terza “P” sta per “proibitive”, perché le nuove terapie sono costosissime. Il prezzo di questi nuovi farmaci risente da una parte degli investimenti stratosferici sostenuti per il loro sviluppo quasi esclusivamente dall’impresa privata e dall’altra dalla relativa esiguità dei potenziali beneficiari, a loro volta selezionati con indagini altrettanto sofisticate e costose. Per far fruttare l’investimento, se è relativamente basso il numero dei candidati al trattamento deve crescere il costo unitario. E dunque, tra i tanti effetti avversi dei farmaci, saremo costretti a inserire anche la “tossicità finanziaria”. I pazienti, i medici, i Servizi Sanitari (o le assicurazioni) e le industrie che commercializzano farmaci e sistemi diagnostici sono tutti particolarmente interessati ai progressi della medicina personalizzata, anche se per ragioni contrastanti.

E qui giungo alla quarta “P”, cioè “preoccupazione”. In una regione che già adesso impiega in spesa sanitaria circa la metà del proprio bilancio (con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti) e alla luce dei recenti annunci di imminenti ulteriori tagli, mi domando come sarà possibile affrontare i costi astronomici di certe nuove terapie e su quali parametri saranno formulate le future scelte per renderle sostenibili? Quante volte un paziente dovrà ricorrere al giudice per ottenere un farmaco a lui negato, anche solo temporaneamente, per ragioni di bilancio? Sono questi gli interrogativi che mi angosciano come medico e come uomo e ai quali qualcuno, ammesso che ne sia capace, sarà presto chiamato a fornire risposte.

L’inquietante attualità ci mette invece di fronte ad altre “P” che sembrano smorzare ogni ventata di ottimismo: le “P” di “partiti”, di “politicanti”, di “principianti”, di “protervia”, di “potere”, di “poveracci” e di “poverini”. Mentre invece per una corretta gestione di questioni così complesse e delicate per la vita di tanti cittadini ne sarebbero richieste ben altre di parole che iniziano per “P”: “professionalità” e “probità”.

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02 Agosto 2015, 01:32

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