La mia Sicilia di sogni e sangue

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05 Gennaio 2015, 12:26

7 min di lettura

Questa è una piccola storia di sogni infranti e di paure, una storia che va dall’uccisione di un cavallo adorato alle minacce subite durante l’ultimo capodanno, coperte da un anonimato e da un’omertà che stanno assumendo i contorni di un incubo. E’ una storia che si svolge nel val di Noto, patrimonio dell’Unesco, dove la mia famiglia ha da tempo una proprietà che ci è finita dentro al cognome, dentro la storia, e dentro ai sogni. E che adesso sta scivolando dentro gli incubi.

Questa piccola storia inizia intorno agli anni Duemila, quando mio padre (buonanima) prese la decisione di passare il tramonto della sua vecchiaia in quella campagna dove aveva trascorso l’alba della sua giovinezza. Ristrutturò la casa, e come lascito a me e mia sorella (così come facevano soltanto gli uomini all’antica) impiantò un carrubeto nuovo (i carrubi non danno frutto prima di quindici anni).

Io, all’epoca, stavo a Roma, praticavo equitazione con Piero D’Inzeo, che grazie ai suoi buoni uffici mi fece avere un cavallo, L.Don, che diventò per me più di un fratello. Tanti ne avevo visti, di incidenti nei concorsi, che di fronte alla scelta di mio padre di ritirarsi in campagna, e potendo offrire al mio cavallo una serena vecchiaia al pascolo, decisi di abbandonare Roma, e di fare quello che ogni tanto i figli sentono di fare: sdebitarsi dei propri genitori finché si è in tempo. Attendere alla conclusione di vite piene, nutrite e di ricordi e di futuro.

Evidentemente non avevamo fatto i conti con coloro ai quali facevano comodo quelle terre incolte, quelle proprietà abbandonate, quei pascoli… quelle terre che abbandonate si deprezzavano… Evidentemente non avevamo fatto i conti con quegli avvoltoi che si nutrono delle carcasse dei sogni.

Un pomeriggio, all’mbrunire, L.Don sparì dal suo recinto. E la notte diventò nerissima.

Si avvicinarono i soliti ignoti, iniziarono a volteggiare su una famiglia affranta, promettendo, rincuorando, spaventando. Mio padre sporse denuncia ai carabinieri. Ci portarono in giro per le campagna, in casolari abbandonati, quindi ci riaccompagnarono alle case. Il messaggio che arrivò fu definitivo e carico di orrore: “Avvocato, lei non doveva dirlo alla polizia, oramai il cavallo è morto”. Rivolgersi alle forze dell’ordine, da queste parti, è una colpa.

Mio padre reagì così come reagiscono le persone di una certa età a un dolore inenarrabile: con un ictus.

Io feci il figlio: presi mio padre malato e mia madre distrutta e li riportai a Catania. Abbandonando quella casa che iniziò nuovamente a morire così come stava morendo mio padre con i suoi sogni.

Non tornammo più in quella casa, non faceva bene a mio padre e a mia madre vedere le rovine degli ultimi sogni della loro vita, quei sogni di vecchietti che dovrebbero essere protetti, accuditi, coltivati, tenerissimi, carichi di significato e al contempo fragilissimi.

I miei morirono, e le spoglie di mia madre riposano ancora da quelle parti.

Arrivato a 45 anni, così come capita a chi avendo viaggiato per tutta una vita vuole accucciarsi, nonostante tutto, al calore dei propri ricordi e dei propri affetti, e in qualche maniera continuare ostinatamente a inseguire i sogni dei propri genitori, ho rimesso piede in quella campagna, in quella casa ormai caduta.

C’è un albero secolare, accanto al baglio. Fu piantato quando quella casa, dove nacque mio padre (ci sono ancora i ganci al muro, dove si appendeva la naca sul letto dei miei nonni), fu costruita. Con la casa caduta mi accampavo sotto al carrubo. In tenda, d’inverno, all’aperto d’estate. Sapevo che sotto quel carrubo anche mio padre si era sdraiato, sognando i suoi sogni.

Stavo con lui. E con mia madre. E con L.Don, che oramai non c’erano più se non nella materia fatta dai sogni.

Piano piano ho iniziato quelle piccole pratiche per rimettere in piedi quello che restava della mia famiglia: la luce elettrica, il ripristino della pompa sommersa, piccoli lavori ai tetti, un trattorista che desse una pulita al terreno. Sono cambiati i tempi, mi dicevo, le nuove generazioni crescono a pane e legalità.

Il carrubo fu incendiato.

Messaggio chiarissimo: la casa è caduta, ma dato che abbiamo visto dove ti accampi, distruggeremo ogni tuo “tetto”, con tutto quello che la parola “tetto” significa.

Denunciai il fatto ai carabinieri, vennero a fare il sopralluogo: incendio doloso. Cercai di reagire con la gioia, contro ogni malvagità e oscurità. Comprai delle luci colorate, invitai tanti amici, offrii loro un picnic.

Come risposta furono sradicati due alberi di ulivi, quegli stessi alberi che mio padre, con mia madre, avevano piantato, me li ricordo, con le mani tremanti per la gioia e l’emozione.

Ancora una volta mi sono rivolto alle forze dell’ordine. Ancora una volta non è successo nulla.

Un tizio che ha dei terreni (comprati da miei parenti che da lì se ne sono scappati), mi disse con una faccia che non saprei definire: “Se non si vede chi è stato, non esiste manco il reato”. Era un avvertimento in rima? Era una constatazione di come vanno le cose da queste parti, protette dall’Unesco?

Non voglio e non posso prendermela con le forze dell’ordine, credo ci siano un paio di volanti in tutto per un paesaggio che tra i paesi di Noto, Rosolini, Ispica, Avola, ha centinaia e centinaia di campagne dove l’omertà pare sia la regola. Ma in una Sicilia dove di sicuro non mancano gli sprechi perché queste zone continuano a essere così maledettamente incustodite?

E veniamo a questo capodanno.

Con un’ostinazione alla quale non posso rinunciare, che neanche io so da dove nasce, passo il capodanno in campagna, una schiacciata, il camino acceso in una casa vuota, la compagnia dei miei fantasmi che a volte riesco persino a sentire (o almeno mi illudo di farlo).

Poi vado a Noto, con un amico. Ho appuntamento con altri amici. Il locale si chiama “Anche gli angeli”. Bel nome. Noto si imbianca di neve e lo spettacolo è meraviglioso. Ci rintaniamo nel locale, al caldo della compagnia e della musica, ballo con amici e amiche. Due persone iniziano a spintonare, assaltano le ragazze, che si allontanano verso il bar. Le seguo. I due mi sbarrano la strada: “Resta dove sei altrimenti ti aspettiamo fuori”.

Non resto dove sono.

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Partono le bottigliate.

E l’incubo.

Non si riesce a capire quanti sono. Riescono a metterli fuori dalla porta. Ma non riescono a tenerli fuori. Nel locale resto solo io, mentre ogni tanto qualcuno di loro riesce a intrufolarsi e a prendermi a bottigliate.

Le forze dell’ordine tardano ad arrivare.

Molti cercano di proteggermi. Ma molti sono ad avvicinarsi, con le facce bestiali spaccate da un sorriso assurdo, che, divertite, mi dicono: “Meglio che non ti fai vedere più da queste parti”.

Domando: “Ma chi sono?”

Risposta: “Sorrisino e alzata di spalle”.

Arrivano le forze dell’ordine.

Mi tengono ancora per un’ora buona dentro al locale: “Lei stia qui, non esca, è pericoloso, abbiamo un problema di ordine pubblico. Appena la situazione si calma vedremo di scortarvi alla vostra macchina”.

Domando: “Ma avete fermato qualcuno?”

Risposta: “Lei ha tre mesi di tempo per sporgere querela. Magari Le facciamo vedere qualche foto”.

Passa un’altra ora.

Io e il mio amico veniamo scortati alla nostra automobile. Noi davanti, a piedi, nella neve, la macchina delle forze dell’ordine dietro.

“Non possiamo farvi salire in macchina”.

Ci scortano fuori Noto.

Torno in città, ospite da amici. Sotto shock. L’indomani mi convincono ad andare a una guardia medica: “Ematoma alla regione lombare, ematoma in sede addominale in regione sovraombelicale destra, ematoma all’emitorace sinistro. Parestesia alla gamba destra che necessita di ulteriori accertamenti. Dato il forte stato di shock, temendo l’aggravarsi della sintomatologia ansiosa il paziente rifiuta il ricovero”.

Pubblico il referto su facebook.

Arriva una telefonata da uno dei proprietari del locale (non faccio il nome, non è mio compito fare pentire le persone per le loro azioni sconsiderate, e mi auguro sempre che i pentimenti avvengano in solitudine, davanti uno specchio). Mi dice: “Perché hai fatto su facebook il nome del locale? Ci hai fatto passare per omertosi. Guarda che noi abbiamo decine di persone pronte a testimoniare che hai iniziato tu”.

Per cosa? Perché? Per quale motivo? L’unica cosa che riesco a dire è: “Ma magari! Almeno avrei una denuncia per, non so, spintone, o per non essermi fermato mentre sconosciuti mi spintonavano insultando le persone che erano intorno a me, al posto di essere pieno di lividi, e con minacce di non so cosa fatte da persone che evidentemente tutti conoscevano. Anziché preoccuparti del nome del locale perché non mi dici i nomi di questi?”.

Risposta: “Non lo so”.

E’ questo che spaventa più di ogni cosa: quest’anonimato coperto da quest’omertà. Erano degli ubriachi che minacciavano in preda all’alcol. O si trattava di qualcos’altro?

Ho timore, lo confesso, ho terrore a rimettere piedi da quelle parti.

L’ansia, la paura, stanno oscurando l’orizzonte dei progetti, delle speranze che avevo posto da quelle parti che ancora continuano a custodire la memoria (e le spoglie) dei miei cari.

Dopo avere interrotto i sogni di mio padre, stanno interrompendo anche i miei.

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05 Gennaio 2015, 12:26

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