L’arrivo del papa a Palermo | Perché nulla è cambiato

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26 Settembre 2018, 11:03

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Ancora una volta un papa passa da Palermo, attrae folle festanti, riparte con i ringraziamenti ufficiali delle autorità e, ancora una volta, nulla sembra cambiare nella gente che pure l’ha applaudito commossa. Che cosa non va come dovrebbe o, per lo meno, come ci si augurerebbe? Lo dichiaro subito: non lo so.

Non ho ricette né consigli. So che certamente, al suo posto, non farei meglio di lui. Eppure questa consapevolezza non mi esonera dal cercare di capire. Una giovane amica, Federica, nel corso di una cenetta familiare, mi ha offerto qualche elemento di riflessione: “Non sono riuscita ad assistere alla messa (quella dove veniva ricordato che i mafiosi non possono essere contemporaneamente cristiani) poiché il Cassaro era completamente intasato, ma sono riuscita a riservarmi un piccolo spazio per ascoltare il dialogo con i giovani a piazza Politeama. Ho pensato che, in quanto giovane, non potessi assolutamente perdermelo. Vedendolo arrivare sulla papamobile non nascondo di avere provato una sorta di euforia , forse data dall’empatia nei confronti delle persone che mi stavano vicine (non ho idoli, di solito). Ed ecco la folla gremita rivolge lo sguardo a lui: sessantamila occhi puntati addosso, sessantamila orecchie in attesa. ‘Cari amici, buonasera! ’ : sessantamila mani in festa. Ai ragazzi che gli chiedono come ascoltare Gesù risponde : ‘La parola di Dio è dinamica, non si ascolta stando in poltrona’. Il messaggio è così efficace che un vicino (pigro) propone, sul momento, alla sua ragazza di iniziare a correre alla Favorita. Aggiunge : ‘Sul telefonino le chiamate del Signore non arrivano, nemmeno in tv dove il Signore non possiede nessun canale, nemmeno nella musica assordante e nello sballo’; ‘Sporcatevi le mani’; ‘Sognate in grande’; ‘Aiutate’; ‘Servite’ , ‘Amate’ . Continua poi con un discorso sull’integrazione, ricordando che bisogna accogliere e amare, perché ‘Dio ama chi dona’. Tutto troppo bello e troppo condivisibile . Mi stufo di ascoltarlo. Spintonata e quasi schiacciata dalla gente sono andata via col mio ragazzo . Ho pensato che non avrei riconosciuto autorevolezza a quel discorso solo perché a pronunziarlo era stato il papa. Il trionfo dell’ovvio è proprio ciò che non mi aspetto. Parlare a tutti, farsi capire da tutti, non vuol dire dovere piacere a tutti. Vorrei un papa che mi metta in crisi, che mi sorprenda, che mi scuota . Immagino che trovare Dio nel proprio cuore sia molto costoso in termini d’impegno della vita : non si può parlare solo di amore in senso generico… Questo papa francescano – amato dagli atei, dagli agnostici, dai conservatori, dai gay (quelli la cui omosessualità si è presentata dopo i vent’anni e che non sono passati, da piccoli, per lo psichiatra), dalla destra, dalla sinistra – questo papa che si esprime su tutto e piace un po’ a tutti è simpatico, ma non centra il punto. Ho il vago ricordo di un passo evangelico in cui Gesù sostiene di essere venuto sulla terra per portare non la pace, ma la spada. Vorrei che le parole di un papa avessero su di me la stessa influenza esercitata da alcuni preti scomodi, da alcuni teologi laici… Ma forse questo lo posso dire perché io non devo piacere a tutti ”.

Ascolto; registro le considerazioni a caldo di una persona sveglia, onesta, di tutta un’altra generazione. E taccio. Ciò che riesco a pensare è solo che la nostra epoca – dopo la morte di Gandhi, di Martin Luther King, di Che Guevara, di Nelson Mandela ​ – ha bisogno di profeti. La storia vive della dialettica fra istituzioni e profezia. Non si può chiedere agli esponenti delle istituzioni (che devono, diplomaticamente, mantenere la concordia interna alle proprie organizzazioni politiche o religiose o sociali) di giocare anche il ruolo di profeti. Già è molto quando l’istituzione. (a differenza di come è avvenuto per Socrate, per Gesù, per Giordano Bruno, per Galileo Galilei, per Rosa Luxemburg o per Antonio Gramsci) non soffoca il profeta, non mette a tacere la critica tagliente né l’utopia lungimirante.

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Ciò che possiamo fare da cittadini è rifondare le istituzioni (politiche o religiose o sociali) eccessivamente verticistiche, gerarchizzate, sclerotizzate: sino a quando ci saranno Stati o Chiese o Partiti o Sindacati organizzati in funzione dell’autoconservazione – e non, come recitano ipocritamente gli statuti, in funzione del benessere collettivo – sarà illusorio sperare in guide carismatiche. I papi influenzano le curie, e i governi le burocrazie, meno di quanto le curie condizionano i papi e le burocrazie i governi. Solo chi, essendo privo di potere, non rischia di perderlo può permettersi di indicare ciò che è vero e giusto. Ed è già molto se non finisce bruciato su un rogo o assassinato in un agguato.

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26 Settembre 2018, 11:03

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