Leo Gullotta legge Giuseppe Fava |”Un uomo che incarna la legalità”

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14 Settembre 2017, 19:04

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CATANIA – “Le va se chiacchieriamo davanti al mare? Ne sento proprio l’esigenza”. Gentile e perennemente innamorato della sua città nonostante tutto e tutti, Leo Gullotta si prepara stasera a ricordare al Teatro Romano di Catania Pippo Fava. Uno dei giornalisti più scomodi e incisivi della storia siciliana, alla vigilia del 92esimo anniversario della sua nascita.

Cosa rappresenta per la Sicilia e per lei Fava?

“Oltre che per la Sicilia direi, più in generale, cosa rappresenta Pippo per l’Italia. Appartiene a quel gruppo di uomini morti per noi e che incarnano la legalità. Nella sua tomba viene riportata una frase estrapolata da un suo lavoro teatrale che io ho avuto il piacere di interpretare: “se non si è disposti a lottare, a che serve essere vivi?” Io sono qui per attraversare il piacere della sua scrittura, delle sue inchieste e addirittura di un inedito realizzato quando Pippo aveva appena 22 anni. l’obiettivo è quello di riuscire a fare indignare i cittadini ancora una volta e nonostante siano trascorsi 34anni dalla sua morte. Ed il motivo è semplice: secondo me, la sua amatissima Catania ancora non si è indignata abbastanza. Ci sono malattie, cancri che questa città si porta dietro. E quindi occorre ricordare. Ho avuto la grande fortuna di crescere in teatro attorniato da persone molto più grandi di me, di una preparazione e qualità umana alta che mi hanno fatto comprendere parecchie cose. Sono stato fortunato e chi lo è stato come me ha dei doveri nei confronti delle vite altrui”.

Vi legava un’amicizia. Come vi siete conosciuti?

“Io ero un ragazzino che operava all’interno dello Stabile di Catania e un bel giorno arrivò una sua commedia sull’emigrazione italiana. In realtà, lo conobbi prima per la messa in scena di un suo lavoro, “Opera buffa”, rappresentato al teatro Greco di Taormina in cui interpretavo la parte di un personaggio poetico. Pippo era un uomo leggero nell’animo ma mai nel suo lavoro, nelle sue inchieste. Era anche un romanziere, un commediografo e uno sceneggiatore cinematografico. Ogni volta che lo incontravi era come trovarsi dinnanzi ad un ragazzino accompagnato sempre da un piacevole sorriso. Così, cominciai a leggere i suoi processi alla Sicilia. I suoi cancri. Ancora oggi, quando si affrontano certi temi, si tende a cambiare discorso. E non vi è nulla di più sbagliato soprattutto nei confronti dei giovani e della memoria”.

Lei avrà l’onore di svelare degli scritti inediti di Fava. Cosa emerge da questi testi?

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“Si tratta in particolare di uno scritto, datato 1947, “L’innocente” realizzato da Fava per un concorso letterario. Da lì a qualche giorno si laureò in Giurisprudenza. Rappresenta un romanzo e soprattutto la capacità di un giovanotto dalla nobile arte di fantasticare. Ho già avuto il grande piacere di interpretare due lavori suoi allo Stabile. Il teatro sposò in particolare anche un suo progetto, un processo alla mafia, che ebbe l’opportunità di girare in tutta Italia. Erano decisamente altri tempi e la gente aveva proprio voglia di vedere ma nello stesso tempo paura di vedere. Oggi interpretare i suoi testi è un modo per stare in compagnia di Pippo. La speranza mia di stasera è, infatti, quella di vedere tanti giovani. Gli italiani da molti anni fanno finta di non esserci. La memoria è importante e questa politica, diventata molto spesso becera, è priva di strumenti in grado di coinvolgere la cittadinanza”.

Parliamo un po’ del teatro Stabile. Da poco è stato nominato il nuovo consiglio d’amministrazione e Bianco ha garantito l’inizio di una nuova fase incentrata su legalità e sana gestione. Cosa ne pensa Leo Gullotta?

“Io sono nato in quel teatro anche se adesso ne sono lontano da parecchi anni. Il mio ultimo rapporto risale allo scorso anno, nel pieno del commissariamento, quando con piacere ho voluto regalare un mio spettacolo allo Stabile. Bisogna partire sempre dalla testa, c’è bisogno di uomini che sappiano cosa sia realmente un teatro e non collocati all’interno di un Cda per caratteri di natura amicale, per vizi italiani e siciliani pronti a ripetersi. Bisogna cambiare modo di agire all’interno di quella realtà, io ho avuto la grande fortuna di vivere lo Stabile nei trentennio guidato da Mario Giusti, una persona eccezionale e preparata. Occorre, quindi, una costruzione nuova, diversa, non ancorata a riti passati presenti anche in altre istituzioni. La salvezza nasce nel tempo, un po’ come a scuola. Se studi cresci meglio e ti ritrovi più frecce nel tuo arco in grado di sostenerti nei momenti più pesanti che la vita ti mette davanti. In Italia è possibile ancora costruire ma c’è bisogno di un equilibrio che al momento non vedo. Francamente non so se la nostra sia una società viva, mi sembra più una realtà cinica, che tende alla sopravvivenza. Io ho 71anni e 54 di carriera e mio padre mi ha sin dall’inizio insegnato ad amare la vita, nonostante a volte ci presenti conti parecchio pesanti. Ad avere una reazione, di essere persone perbene che è la cosa più difficile. Ce ne sono tanti di uomini onesti ma più lo sono e più stranamente vengono messe da parte. Questo perché chi ha voglia di ragionare porta disturbo”.

Quali i progetti di Leo Gullotta?

“Prima di tutto ‘a saluti’. È stato un anno intenso: ho avuto il piacere di aiutare un giovane regista di talento in “Lettere a mia figlia”, un corto pluripremiato sull’Alzheimer che fa parte di un progetto molto più ampio con interviste a scienziati e medici su tale patologia. Ho trovavo giusto collaborare ad un tema così importante, ad una malattia nascosta che diventa terribile per i pazienti e per le famiglie. Lo scorso aprile sono stato impegnato a Sidney e a Melbourne con uno spettacolo teatrale dal forte impatto emotivo, sono stato premiato al festival del cinema di Toronto e preso parte a ”L’ora legale”, una commedia che descrive i vizi italiani. Rimango sempre disponibile a sposare nuovi progetti e temi sociali”.

 

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14 Settembre 2017, 19:04

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